Piero Boitani
Italia
Premio Balzan 2016 per la letteratura comparata
Cerimonia di Consegna dei Premi Balzan 2016
Roma, Palazzo del Quirinale, 17 novembre 2016
Discorso di ringraziamento
Signor Presidente,
Signore e Signori,

il mio primo ringraziamento quest’oggi va al Presidente della Repubblica Italiana, che ci riceve nel Quirinale, il Palazzo di tutti noi, ma suo in maniera particolare. Il secondo a tutti i presenti perché per dovere o per affetto sono qui. Il terzo però, e in ordine di gratitudine forse il maggiore, è quello che devo al Comitato della Fondazione Balzan per avermi conferito un premio così importante. Non è cosa di tutti i giorni ricevere un dono siffatto, e se io lo ricevo oggi lo devo a tutti i membri di quel Comitato. A monte di questo, devo anche ringraziare chi ha scelto la Letteratura Comparata come una delle materie del Premio per il 2016. È evidente infatti che se essa fosse stata non dico «Storia dell’Antico Egitto» o «Musica gaelica», ma anche «Letteratura ugrofinnica», io non avrei avuto alcuna possibilità né di concorrere né di vincere.

Risalendo indietro alle concause di questo Premio, vorrei esprimere la mia gratitudine profonda a chi ha creduto in me, e vorrei estendere questo ringraziamento anche a coloro che non sono più tra noi: Francesco Calvo, Pierluigi Petrobelli, Cesare Segre e Alberto Varvaro, Agostino Lombardo, Giorgio Melchiori e Mario Praz. Perché a loro, come a Gianfranco Contini, Ezio Raimondi, Pietro Citati, Francisco Rico, devo ciò che sono divenuto, e senza il loro magistero non avrei mai studiato le cose che ho studiato nel modo in cui le ho studiate. Ho avuto tre almae matres nella vita: la Sapienza, Wittenberg nell’Ohio, e Cambridge. Formidabili, tutte e tre, in modo diverso l’una dall’altra. Nell’umile Wittenberg conobbi per prima l’America, e quell’insegnamento mi fu maggiore di qualunque letteratura afro-americana che vi lessi. Alla Facoltà di Lettere della Sapienza insegnavano allora persone del calibro di Santo Mazzarino, Giulio Carlo Argan, Aurelio Roncaglia, Giovanni Macchia, Natalino Sapegno. Sebbene più tardi, e cioè negli ultimi trent’anni, io abbia appreso quanto matrigna la Sapienza sappia essere, allora mi fu grandissima scuola. A Cambridge, anche, devo moltissimo: gli anni che vi ho passato a insegnare e studiare sono stati forse i più importanti della mia vita, e voglio ricordare qui con gratitudine i debiti contratti con tutti i colleghi e gli amici cantabrigensi: J.A.W. Bennett, Uberto Limentani, Kenelm Foster, Patrick Boyde, Peter Dronke, Joseph Cremona, Jonathan Steinberg, Jill Mann, Michael Lapidge, Frank Kermode.
Chissà, forse il cammino verso il Balzan è cominciato lì, per me, benché non sapessi neppure cosa fosse il Balzan, allora, quarantacinque anni fa. Oppure è iniziata prima, al Liceo «Tasso» di Roma, o al mare e sulle montagne, quando Edoardo e Ginestra Amaldi mi indicavano i libri da leggere e le stelle da guardare. Ricordo molto bene con quale trepidazione, con quale entusiasmo, compulsassi Omero e Leopardi, Hemingway e Thomas Mann, Montale e Shakespeare, Alcmane e Tolstoj, Borges e Dante, Lucrezio e Melville, Goethe e Hugo. Tutti questi scrittori non erano, per me, esponenti delle rispettive letterature nazionali: insieme, piuttosto, come uno li legge nell’adolescenza, davano corpo alle lande meravigliose della letteratura. Una zia mi aveva regalato una copia di Mimesis di Auerbach, quando avevo sui sedici anni. Me ne innamorai senza remissione, e forse è quella zia e quel libro che dovrei in ultima analisi ringraziare per il Premio Balzan che oggi ricevo. Un libro, non per nulla, di letteratura comparata, anzi il libro di letteratura comparata.

E la letteratura non può che essere comparata: europea in primo luogo, per noi che in questo continente viviamo, e poi mondiale, su questo pianeta che si fa sempre più piccolo. La globalizzazione non è stata inventata dal commercio, e neppure dalla politica. I libri, i manoscritti, i rotoli viaggiavano da un paese all’altro anche quando quei paesi erano in guerra tra loro. Il poeta romantico inglese John Keats, che morì a Roma e vi è sepolto, lo comprese molto bene quando, una sera di ottobre del 1816, si mise a leggere con un amico la traduzione di Omero compiuta agli inizi del Seicento da George Chapman. Terminata la lettura, attraversò a piedi tutta Londra. La mattina dopo, sul tavolo della colazione, l’amico trovò una busta e, dentro, un foglio con un sonetto, Sul primo sguardo all’Omero di Chapman. Keats vi raccontava di avere viaggiato molto per i reami della poesia, di avere errato tra le tante isole dell’occidente che i poeti possiedono in quanto feudatari di Apollo, e d’aver spesso sentito di una landa immensa governata da Omero – insomma, di aver percorso in lungo e in largo i mari sconfinati della letteratura e di aver sentito parlare del suo principio in Occidente con Omero. Mai, però, aveva davvero respirato il cielo di questa America sterminata sin quando non aveva letto, la sera prima, la traduzione omerica di Chapman. Ecco: dopo, s’era sentito come un astronomo che scopra un nuovo pianeta, quasi questo fosse un celeste cetaceo che nuota nel suo sguardo, oppure come Cortés (in realtà si trattava di Balboa) quando vide per la prima volta il Pacifico. L’Odissea, la Commedia di Dante (il «puro sereno» viene da lì), Herschel (è lui l’astronomo), Cortés o Balboa. Non è letteratura comparata? Non è letteratura tout court, con i suoi «reami d’oro», le isole del remoto Occidente, i feudi di Apollo? È a lei che devo il Premio Balzan 2016. È lei che devo ringraziare. Ed è lei che mi obbliga infine al silenzio, come fa con gli uomini che, dalle alture del Darién, guardano stupefatti il nuovo grande oceano.

Molto ho viaggiato pei reami d’oro
e visto molti stati e regni buoni;
tra molte isole d’Occidente ho errato
che i poeti possiedono in feudo da Apollo.
Spesso d’una landa immensa m’era stato detto
che Omero dalla fronte fonda ha in suo dominio,
ma mai respirai il suo puro sereno
sinché non udii Chapman parlare alto e audace.
Allora mi sentii come chi osservi il cielo
quando un nuovo pianeta nuoti nel suo sguardo,
o come Cortéz il forte quando gli occhi d’aquila
spalancò sul Pacifico, e tutti i suoi uomini
con folle domanda si guardarono,
silenti, su un picco a Darién.
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