Intervista a Jean-Pierre Changeux (giugno 2010)

Jean-Pierre Changeux, Premio Balzan 2001 per le neuroscienze cognitive, ha aperto un nuovo campo di indagine nel panorama delle neuroscienze. Dopo avere elaborato il concetti di interazione allosterica, ha applicato il concetto di proteina allosterica al recettore dell’acetilcolina implicato nella trasmissione sinaptica e ha in seguito formulato la teoria della stabilizzazione selettiva delle sinapsi nel corso dello sviluppo.
Lavorando dapprima sull’organo elettrico della torpedine, poi sulla giunzione neuromuscolare, ha permesso la clonazione e l’individuazione della sequenza completa del recettore per l’acetilcolina.
Questa rivoluzione è stata rapidamente estesa dai vertebrati inferiori al cervello dei vertebrati superiori, compreso l’uomo.
Da sempre impegnato nella divulgazione internazionale dei risultati delle sue ricerche, nell’ambito scientifico dell’evoluzione darwiniana, Jean-Pierre Changeux ha partecipato al convegno “La teoria dell’evoluzione: modelli e sviluppi” organizzato dall’Accademia delle Scienze di Torino, dall’Accademia Nazionale dei Lincei e dalla Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften.
In questa occasione, il 28 maggio 2010, l’abbiamo incontrato a Torino per un’intervista.

Dopo avere elaborato il concetto di interazione allosterica e applicato il concetto di proteina allosterica al recettore dell’acetilcolina, lei è stato il primo, sulla base di questi lavori sperimentali, a formulare la teoria della stabilizzazione selettiva delle sinapsi. Dalla biochimica al pensiero: la selezione neuronale funziona secondo uno schema lineare?
Penso che ci voglia innanzitutto prudenza quando si adatta uno schema come quello del darwinismo, nel contesto dell’evoluzione, ad altre funzioni, cerebrali per esempio o legate allo sviluppo del cervello. Ciò detto, penso che ci siano dei punti comuni: c’è innanzitutto il concetto di variabilità, che è essenziale. Variabilità a livello genetico, variabilità della struttura del cromosoma, o dei cromosomi, del DNA con le mutazioni, le copie dei geni e via dicendo. Nel caso dello sviluppo la variabilità si situa a livello di connettività: c’è, in qualche modo, una parte di casualità, che si trova a livello di composizione delle reti neuronali all’interno delle connessioni sinaptiche. Insomma è un concetto di variabilità che è in linea di principio affine, ma in pratica differente. Stessa cosa per la selezione: nel caso dell’evoluzione Darwin la vedeva come il meccanismo di sopravvivenza del più adatto (survival of the fittest); nel caso della connettività, evidentemente, la nozione di “fittest” è difficile da illustrare; potrei dire che è il sistema, nella sua globalità, ad essere più adeguato sul piano funzionale. Non è necessariamente a livello di rete in quanto tale, ma può essere a livello del contributo di tale rete a una funzione specifica, come per esempio il movimento o la percezione. Anche qui bisogna rilevare, evidentemente, che l’analogia è affine in linea di principio, ma differente nella pratica. Per tornare alla domanda: c’è un aspetto lineare o non lineare? Penso che ciò che risalta dai processi evolutivi è che esistano, di fondo, aspetti non lineari nell’evoluzione. Cioè: quando si è prodotta un’evoluzione ci sono talvolta aspetti di “tutto o niente” che si manifestano e che danno l’impressione di essere un processo o un modo di sviluppo particolare. Secondo me non vi è niente di eccezionale o straordinario, ci sono semplicemente dei meccanismi che amplificano (d’altra parte questa è la terza parte dello schema darwiniano: variazione, selezione, amplificazione delle differenze). Certamente, amplificazione, in sé, vuol dire “non lineare”, cioè chi sopravvive si sviluppa in maniera diversa da chi esisteva prima. Ci sono, dunque, dei meccanismi che effettivamente possono intervenire nella non-linearità, che si spiegano in termini scientifici in modo assolutamente ragionevole.

Lei ha scritto, in particolare ne “L’uomo neuronale”, che l’acquisizione di conoscenza, in altri termini l’iscrizione neuronale del senso, avviene in almeno due tappe: la genesi di pre-rappresentazioni multiple e transitorie, poi la selezione di rappresentazioni adeguate al mondo esteriore. Secondo lei, dunque, l’”uomo neuronale” è interprete o piuttosto costruttore del mondo?
È una domanda interessante: penso che prima interpreti il mondo, vale a dire che cerca di comprenderlo e, a partire da quello che comprende, in qualche modo ricostruisce il mondo. Vengono compresi i meccanismi di espressione dei geni, si arriva anche a comprendere la natura del materiale genetico, dunque lo si può utilizzare e a partire da ciò si può effettivamente costruire degli organismi geneticamente modificati. Dunque la costruzione segue la comprensione. Detto questo, ci sono evidentemente dei limiti nella ricostruzione del mondo; il fatto che si possa costruire o ricostruire è evidentemente di grande importanza per l’evoluzione della società, ma penso che l’uomo dovrebbe avere una riflessione sulle conseguenze di ciò che costruisce o ricostruisce, e a questo proposito c’è un aspetto etico che è estremamente importante che spesso gli scienziati, purtroppo, non prendono in sufficiente considerazione. Vale a dire che quando si costruisce un nuovo strumento o un nuovo oggetto bisogna vedere quali sono le conseguenze a lungo termine, quali sono i pericoli che si accompagnano a questi nuovi sviluppi. In Francia è stato proposto un “principio di precauzione”, che io personalmente considero totalmente inefficace, che è stato scritto nella costituzione e non capisco perché. Non è un principio di precauzione che ci vorrebbe, è un principio di esame delle conseguenze di ciò che l’uomo produce. In qualche modo bisogna tentare di anticipare quello che potrà avvenire dal momento dell’introdizione di questa o quell’altra nuova della tecnologia, piuttosto che astenersi dal fare qualcosa.

Nella conclusione del libro “L’uomo di verità” si legge: “Ho cercato di aprire un dibattito sulla possibilità di oggettivare le nostre funzioni cerebrali, l’acquisizione di conoscenza e la sua oggettivazione attraverso il linguaggio, lasciando agli scritti futuri un’analisi più dettagliata della comunicazione intersoggettiva dell’etica e dell’arte”. Esiste dunque un’”arte neuronale” e un’”etica neuronale”?
Sì. L’idea è che lo sviluppo delle neuroscienze, e in particolare delle neuroscienze cognitive, permetterà di comprendere meglio le attività umane in generale, ed è evidente che tra queste attività vi è innanzi tutto la creazione di conoscenza, la scienza stessa. È per questo che ho scritto il libro “L’uomo di verità”, perché ritengo che queste siano le attività più fondamentali dell’uomo, per le quali c’è un progresso reale. Ma allora perché restringere questa riflessione alla scienza a scapito di altre attività importanti come l’arte, per esempio?, perché non cercare di comprendere la percezione della creazione artistica in termini neurologici? Ci sono molti colleghi che stanno lavorando su questo tema, che comunque mi interessa molto personalmente, ma è ancora estremamente speculativo. E penso sia lo stesso caso per la “normatività” etica; so che c’è stata una moda negli Stati Uniti per quella che si chiama “neuroetica”, che non è solamente applicata alla ricerca sul cervello umano; un’etica fondamentale è quella che cerca di vedere in quale misura si può comprendere la “normatività” in termini di produzione cerebrale, inserita evidentemente in un ambiente sociale, culturale e storico che è quello dell’evoluzione delle regole morali. Questa disciplina è da prendere in considerazione: è proprio in questi casi, in questi esempi specifici che bisogna lanciare un programma di ricerca; la scienza, a questo livello, è estremamente rudimentale e sono progetti cha bisognerebbe sviluppare nei prossimi anni. E può darsi che, se si esamineranno ancora bene le conseguenze di queste ricerche, si potrà avere progressi nel senso di una migliore comprensione degli esseri umani, forse nel senso stesso di una migliore armonia nelle loro relazioni reciproche.

Lei ha destinato metà del Premio Balzan a un progetto che ha l’ambizione teorica di mettere in corrispondenza l’organizzazione neuronale del cervello con le funzioni cognitive sul modello dei topo nelle sue forme geneticamente modificate. Il progetto è arrivato alla conclusione: può riassumerci brevemente i risultati?
Per il sunto di alcuni risultati rimando a un articolo che ho pubblicato su Nature Reviews Neuroscience sul recettore nicotinico e la dipendenza dalla nicotina, che è un problema di funzione superiore del cervello, non semplicemente di uso della nicotina, un problema di perdita di controllo del soggetto che fuma. Il titolo dell’articolo è “Nicotinic receptors and nicotine addiction : lessons from genetically modified mice”. È esattamente il progetto che avevo proposto; penso che, per riprendere questo tema, si possano avere seri progressi nella conoscenza della dipendenza dalla nicotina attraverso le analisi sui topi geneticamente modificati. L’Altro aspetto è che noi attualmente affrontiamo le questioni dell’accesso alla coscienza in termini molecolari, con le connessioni a lunga distanza, e si è potuto dimostrare che nel topo geneticamente modificato, che non ha recettori nicotinici, queste connessioni sono meno importanti, pertanto c’è un’alterazione dell’accesso alla coscienza nel topo.

Lei conosce Brenda Milner, Premio Balzan 2009 per le neuroscienze cognitive? Ci sono dei legami tra i risultati delle ricerche della Milner sull’ippocampo con il suo ambito di studio?
Conosco Brenda Milner, ma non ci sono in realtà legami specifici tra le sue ricerche e le mie, perché lei ha lavorato soprattutto sull’uomo e sulla memoria a breve e lungo termine. Quello che ha fatto è assolutamente fondamentale, mentre noi abbiamo lavorato a un livello più elementare, ma nella speranza che ciò che vale per il topo valga anche per l’uomo. Penso che questo legame tra il suo lavoro e i nostri esperimenti sui topi si possa giustamente tentare.

Ricevendo il Premio Balzan a Berna, nel novembre del 2001, lei ha detto al pubblico riunito nella sala del Consiglio Federale svizzero: “La ricerca è un gioco. È poco importante, in teoria, almeno, che si vinca o si perda. Ma i sapienti possiedono qualche volta tratti infantili. Come loro, amano vincere e come loro amano essere ricompensati”. Lei ha ottenuto risultati notevoli: quale ricompensa si aspetta ancora? E cosa consiglierebbe ai ricercatori che non vogliono perdere, ma solo vincere?
È stata una grande felicità ricevere il Premio Balzan, è una ricompensa molto importante per me, soprattutto perché mi ha permesso di finanziare ricerche che forse non avrei potuto fare in quel momento e che mi hanno molto aiutato. È un aspetto molto positivo di questo riconoscimento.
Per quanto riguarda la seconda questione che mi ha posto, credo che la ricerca proceda seguendo un po’ le regole darwiniane, vale a dire che ci sono tentativi ed errori e che non si può veramente progredire se non attraverso metodi che mettano alla prova le idee… ma non si hanno sempre idee buone, e anche i più grandi scienziati si sono sbagliati. È evidente che bisogna avere tempo e idee giuste (avere solo idee sbagliate non è certo raccomandabile per uno scienziato!) ma bisogna anche riconoscere i propri errori. Talvolta non si fanno grossi errori, ci sono scienziati che hanno avuto sempre progressi, ma occorre anche saper limitare la portata dei propri lavori scientifici, sapere che ci sono sempre dei limiti a un’interpretazione scientifica, che questa non è un dogma teologico perché la scienza non è dogmatica, è una ricerca di verità e quindi è sempre qualcosa da mettere alla prova. Io penso che in quanto scienziati dobbiamo avere idee nuove e fare una riflessione teorica perché attualmente non ci sono abbastanza scienziati, nel campo della biologia, che accompagnano il loro lavoro sperimentale a una riflessione teorica; non dimentichiamo che in una riflessione teorica c’è sempre un rischio d’errore e bisogna assumerlo. Bisogna anche saper correggere i propri errori, saper limitare la portata del risultato ottenuto e restare aperti a reinterpretazioni, integrazioni, progressi successivi. Io ritengo che la ricerca, la scienza, sia prima di tutto una ricerca di verità, non un’affermazione di verità; c’è dunque bisogno di una ricerca costante e, se devo dire qualcosa ai giovani scienziati, è di impegnarsi in questa ricerca con molto entusiasmo, perché è un gioco che vale la pena di essere giocato.


Marcello Foresti
per
www.balzan.org



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