Andrzej Walicki

Polonia/USA

Premio Balzan 1998 per la storia culturale e sociale del mondo slavo

Cerimonia di Consegna dei Premi Balzan 1998
Roma, Accademia dei Lincei, 23 novembre 1998


Signor Presidente,
Membri della Fondazione Balzan,
Signori e Signore,


È per me un grande onore ricevere il Premio conferitomi dalla Fondazione Balzan. Alla profonda gratitudine si aggiunge il bisogno di chiedermi se lo merito e per quale motivo.

La domanda è difficile, troppo difficile, se i risultati raggiunti da diverse persone devono essere confrontati sotto l’aspetto strettamente intellettuale. Conosco storici che meritano questa distinzione e per quanto mi riguarda non oserei affermare di avere maggiore diritto di loro al Premio. Lo accetto ad ogni modo come segno dell’apprezzamento per la ricerca svolta nel mio settore, vale a dire la storia culturale e intellettuale delle nazioni slave. Un riconoscimento importante, essenziale, alla fine del ventesimo secolo, in un momento caratterizzato dalle numerose conseguenze della rivoluzione russa, dopo la caduta del comunismo in questo paese e il crollo dei regimi dell’Europa centrale nelle nazioni slave e non. Il fatto che il Comitato Generale Premi della Fondazione Balzan abbia scelto di premiare la ricerca sulla storia sociale, culturale e intellettuale delle nazioni slave dall’Illuminismo alla rivoluzione comunista russa, a mio avviso dimostra il grande e opportuno spirito di comprensione con cui si guarda alla Russia, nazione che ora deve affrontare una nuova e difficile prova storica. Penso che ciò serva anche ad aumentare la comprensione verso le nazioni dell’Europa centrale, già forte in Italia fin dai tempi di Giuseppe Mazzini, grande amico e maestro per i polacchi. Si tratta di un atteggiamento significativo nella fase che vede

impegnate tali nazioni a compiere il cammino che consentirà loro di far parte dell’Europa unita.
Se quanto detto risponde al vero, se l’avermi conferito il prestigioso Premio della Fondazione Balzan non rappresenta soltanto un riconoscimento alle ricerche da me effettuate, ma sta a significare la consapevolezza di un più specifico obiettivo morale e politico, allora sento il dovere di spiegare brevemente lo scopo e l’ambito della mia ricerca.
Ho messo a punto il mio programma di ricerca, divenuto lo scopo della mia vita, negli anni del “disgelo” polacco, nel 1955-56. Ho discusso l’argomento, nel 1960, con Sir lsaiah Berlin a Oxford e successivamente nella corrispondenza tenuta con il grande poeta polacco Czeslaw Milosz e pubblicata in seguito nel mio libro autobiografico Spotkania z Mifoszem (Incontri con Mitosz), Londra 1985. Devo quindi dire che quella che espongo non è una tesi preparata per l’occasione.

Tre parole - Russia, Polonia, marxismo - delineano il mio programma di ricerca. Esso spiega la mia profonda convinzione che molto è dipeso dalla conoscenza che i russi avevano di se stessi e i polacchi della Russia e di come noi polacchi dovevamo individuare la nostra identità e tradizione nazionale; infine di come dovevamo affrontare l’ideologia marxista che ha legittimato il sistema del “socialismo reale”. Un’onesta ricerca intellettuale in questi tre campi rappresentava per me una forma di lotta per sgombrare la mente dai dogmi di chiusura formulati dall’ ideocrazia sovietica. Non intendevo sostituire un tipo di dogma con altri; volevo trovare un metodo valido che avrebbe potuto costituire un aiuto per capire le circostanze storiche e la mentalità atte ad inquadrare l’atteggiamento degli intellettuali russi e in seguito dell’Europa centrale. Nei miei libri sulla Russia ho evitato per quanto possibile di contrabbandare affermazioni stereotipate contro la Russia. Al contrario sognavo che il mio paese, la Polonia, potesse divenire un catalizzatore nelle trasformazioni interne della Russia, e che l’intelligentsia polacca avrebbe dovuto usare la poca libertà concessale, però di molto superiore a quella dell’URSS, per contribuire al cammino per la libertà intellettuale e il rinnovamento russo.

Si trattava di un programma particolarmente idealistico che amplificava di molto l’importanza dei fattori intellettuali nel trasformare il sistema, tuttavia è stato accolto con la comprensione, la simpatia e il sostegno di numerose persone. Sir lsaiah Berlin lo ha subito approvato con entusiasmo, così come i molti docenti universitari inglesi e americani che ho avuto modo d’incontrare quando, nel 1960, ottenni una borsa di studio dalla Fondazione Ford. Ricordo con emozione e gratitudine le mie lunghe conversazioni con i vecchi menscevichi a New York. Voglio anche sottolineare come le mie idee siano state ben accolte e comprese in Italia, paese in cui è apparsa la prima traduzione del mio libro sullo slavofilismo russo nell’importante collana storica dell’editore Giulio Einaudi, dal titolo Una utopia conservatrice. Storia degli Slavofili, con una prefazione del professor Vittorio Strada. Altri miei lavori sono stati pubblicati in italiano con una frequenza maggiore rispetto ad altri paesi, a parte naturalmente l’Inghilterra e la Polonia. Così se oggi ricevo un premio da una Fondazione che ha sede in Italia, e oltretutto nel palazzo del Quirinale, mi pare che ciò possa essere considerato come il risultato dell’apprezzamento degli intellettuali italiani per quanto ho scritto fin dagli anni 60. In questa occasione desidero esprimere i miei più profondi ringraziamenti per la comprensione delle mie idee.
Mi sento emozionato per l’importanza del Premio e per la splendida cerimonia che l’accompagna. Credo che il compianto amico Sir lsaiah Berlin sarebbe stato contento di sapere che mi è stato assegnato questo Premio. Mi rendo conto che il risultato dei miei studi è anche merito di molte persone in ogni parte del mondo, in Occidente come in Polonia e anche in Russia. Ma la cosa più importante che voglio dire è che considero questo Premio non soltanto come il riconoscimento per il mio lavoro, ma anche come un modo di partecipare costruttivamente ai problemi dell’Europa centrale e della Russia, come sta a cuore a molti intellettuali della mia generazione. Il pensiero di ciò mi rende più facile accettare questo prestigioso Premio.

Desidero infine esprimere tutta la mia gioia nel ricevere questa onorificenza qui, in Italia, nel duecentesimo anniversario della nascita di Adam Micklewicz e nel ventesimo anno di pontificato di Giovanni Paolo Il.

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