Comunità di Sant'Egidio - DREAM

Premio Balzan 2004 per l'umanità, la pace e la fratellanza fra i popoli

La Comunità di Sant’Egidio

La Comunità di Sant’Egidio nasce nel 1968 tra studenti del liceo Virgilio di Roma. Dal 1973 ha la sua sede centrale a Trastevere, nell’antico edificio del monastero di Sant’Egidio.

In oltre trentacinque anni di esistenza la Comunità si è diffusa dapprima a Roma, negli ambienti studenteschi e in quelli della periferia, poi in Italia, infine dal 1983 in vari paesi europei ed extraeuropei. Oggi la Comunità si trova, oltre che in Italia, in circa 70 paesi come Germania, Belgio, Spagna, Irlanda, Ungheria, Russia, Ucraina, Repubblica Ceca, Georgia, Portogallo, Francia, Olanda, Svizzera. Folti gruppi esistono in Africa (Mozambico, Costa d’Avorio, Camerun, Guinea Conakry, Ruanda, Burundi, Malawi, Kenya, Tanzania, Burkina Faso, Benin, Congo ecc.) e nelle Americhe (Stati Uniti, Argentina, Bolivia, El Salvador, Guatemala, Cuba, Messico). Comunità di Sant’Egidio esistono anche in Asia come a Timor, in Indonesia, in Pakistan, a Hong Kong o nelle Filippine.

I membri di Sant’Egidio sparsi nel mondo sono oggi cinquantamila. Il centro della Comunità resta Roma con il suo spirito universale che concilia e avvicina culture e orizzonti differenti. La Comunità è stata riconosciuta come Associazione Pubblica di laici della Chiesa Cattolica dalla Santa Sede, nel 1986. E’ anche membro del Comitato Economico e Sociale delle Nazioni Unite e gode di status riconosciuto presso l’Unione Europea, alcune organizzazioni Internazionali e vari Governi nel mondo.

 

Il servizio ai poveri

Sant’Egidio suscita e anima un servizio volontario a chi è più povero e disagiato, nello spirito fraterno di vicinanza che contraddistingue ogni opera della Comunità. Multiformi sono le povertà di cui la Comunità di Sant’Egidio si occupa, così come gli scenari della sua azione sono oggi evidentemente variegati. Agli inizi era presente la Roma delle baracche e dell’immigrazione dall’Italia meridionale, con una periferia che presentava residui tratti da dopoguerra. Oggi la povertà, in Europa e nel mondo, è cambiata. Un rapido elenco dei poveri aiutati da Sant’Egidio in differenti paesi comprende: anziani soli, disabili, bambini in difficoltà o di strada, persone senza fissa dimora, nomadi, malati psichici, malati terminali, malati di Aids, carcerati, condannati a morte, rifugiati, stranieri, immigrati.

Nelle città europee o americane la Comunità svolge, tra l’altro, un esteso servizio agli anziani senza sostegno familiare e senza risorse economiche, laddove la popolazione invecchia. Ugualmente molto sviluppato è il servizio agli immigrati, con scuole, mense e la fondazione di un movimento di stranieri (“Genti di Pace”) in difesa dei loro diritti ma anche in favore della costruzione della convivenza nelle nostre città. L’alfabetizzazione e il sostegno ai bambini svantaggiati e in particolar modo quelli di strada, è praticata ovunque ma assume caratteristiche specifiche nelle bidonvilles delle grandi città del Sud come quelle africane o a Buenos Aires, Cochabamba in Bolivia, Jakarta ad esempio. Nei paesi africani il servizio ai poveri della Comunità comprende anche la distribuzione di cibo, medicine e vestiti ai carcerati nelle prigioni dove si muore per mancanza di tutto. C’è poi il soccorso d’emergenza agli alluvionati o le vittime di catastrofi naturali, a San Salvador, in Mozambico o a Città del Guatemala. Molti aiuti umanitari sono stati forniti alle popolazioni dell’Albania o dell’ex Jugoslavia durante la guerra e anche ora nel periodo di ricostruzione. Non manca la gestione di un ospedale, in Guinea Bissau, dove la rete sanitaria è pressoché inesistente, e il grande programma DREAM di cura dell‘Aids, di cui si tratta più avanti. Casi particolari sollecitano azioni specifiche di soccorso, come organizzare una colletta per riscattare donne e bambini neri del Sud Sudan ridotti in schiavitù o per sostenere le spese giudiziarie dei condannati a morte negli USA oppure interventi specifici a soccorso delle vittime di guerre o conflitti.

 

La pace

L’impegno per la pace e per il dialogo nasce tra i membri di Sant’Egidio come una logica estensione dell’impegno per i poveri. La guerra è la "madre di tutte le povertà". La guerra è anche assenza di ogni giustizia, come si vede in tanti paesi dove il conflitto rende impossibile la difesa dei più basilari diritti umani. Le popolazioni civili sono le prime vittime del conflitto, schiacciate nella tenaglia degli opposti schieramenti. Tra i civili, i più colpiti sono i poveri, i senza mezzi che nessuno difende, spesso vittime della violenza di entrambe le parti. In paesi e terre sconvolti da tali avvenimenti, non è possibile alcun sviluppo mentre la giustizia risulta asservita alla logica della violenza. A partire dalla metà degli anni Ottanta si precisa a Sant'Egidio la riflessione sul valore della pace nel solco dell'attenzione al Sud del mondo, ove i conflitti sembrano ingigantire i mali causati dalla fame e dalle carestie, come in Africa, o radicarsi sull'ingiustizia dell'esclusione di intere fasce di popolazione costrette in grande miseria, come in America Latina. Il grido di dolore che si leva dal Sud del mondo giunge attraverso le richieste e i racconti di amici della Comunità. La Comunità invia aiuti umanitari in molti paesi del Sud. Ma la guerra è una realtà brutale che annienta ogni sforzo di cooperazione.

La storia della solidarietà con il Mozambico rappresenta per Sant'Egidio quest'Africa abbandonata in preda a un conflitto che, oltre a causare innumerevoli vittime, rende difficili i tentativi di alleviare la sofferenza della popolazione durante le carestie della seconda metà degli anni Ottanta. Ma ogni aiuto sembra essere come inghiottito dagli eventi bellici che cancellano i tentativi di ricostruire il futuro del paese. Progressivamente diventa evidente la necessità di affrontare il problema prioritario della riconciliazione tra il governo del Frente de Liberaçao de Moçambique (FRELIMO) e guerriglia della Resistencia Nacional de Moçambique (RENAMO).

Il passaggio di Sant'Egidio dal terreno dell'aiuto umanitario a quello contraddittorio della politica avviene proprio a questo punto: molte cancellerie occidentali pensavano allora che il conflitto mozambicano non potesse essere affrontato se non dopo la soluzione dell’apartheid in Sud Africa. Il risultato era un immobilismo sul fronte di un conflitto che durava a quel tempo da ormai da più di 10 anni con un’enorme quantità di vittime e sfollati. A Sant'Egidio la percezione è diversa: malgrado gli storici legami con il quadro generale dell'Africa australe, si nota in entrambi i contendenti un progressivo esaurirsi della fiducia nella soluzione militare mentre, parallelamente, si identificano le ragioni endogene del conflitto che ne provocano l'illimitata prosecuzione. Dopo vari tentativi di cercare un sostegno istituzionale, la Comunità di Sant'Egidio si propone direttamente come "mediatore". Vengono presi contatti certi con la guerriglia della RENAMO. La trattativa prende l'avvio tra grandi difficoltà: c'è un problema di riconoscimento perché il negoziato non assuma la caratteristica di un vicendevole tribunale; esiste anche un problema di comunicazione tra negoziatori e leadership in Mozambico. Il governo della FRELIMO cerca l'immediato cessate il fuoco, l'unica carta negoziale forte della RENAMO. Inoltre bisogna creare un clima di fiducia che renda possibile il proseguire dei colloqui.

Assieme al vescovo mozambicano Jaime Gonçalves e al rappresentante del governo italiano, Andrea Riccardi e Matteo Zuppi inaugurano nel luglio del 1990 il tavolo negoziale nella sede della Comunità a Trastevere, a Roma. In quell'occasione Andrea Riccardi rivolge alle due delegazioni un discorso che pone le basi del "metodo" dei colloqui :

"Questa casa, questo antico monastero, si apre in questi giorni come una casa mozambicana per i mozambicani (…). Ciascuno di voi ha radici profonde nel paese. La vostra storia si chiama Mozambico. Il vostro futuro si chiama Mozambico. Noi stessi siamo qui come ospitanti di un evento e di un incontro che sentiamo totalmente mozambicani. In questa prospettiva la nostra presenza intende essere forte per quel che riguarda l'amicizia, ma discreta e rispettosa".

Riccardi sottolinea anche il principio che sarà poi alla base della lunga trattativa:

 "Esistono tanti gravi problemi sul passato e sul futuro. Siamo consapevoli che ogni problema può suscitare malintesi e che molto diverse sono le interpretazioni che si danno. Saremo capaci di risolverli e di superare le difficoltà umane, politiche, che sono in campo? Ci sovviene allora un'espressione di un grande papa, Giovanni XXIII, che fu anche il suo metodo di lavoro: "preoccupiamoci di cercare quello che unisce piuttosto che quello che divide". La preoccupazione di quello che unisce può suggerire anche a noi un metodo di lavoro, lo spirito per questo incontro. Quello che unisce non è poco, anzi è tanto. C'è la grande famiglia mozambicana, con la sua storia di sofferenze molto antiche (…). I conflitti con gli estranei passano, tra fratelli sembra tutto più difficile. Eppure si resta sempre fratelli, nonostante tutte le esperienze dolorose. Questo è quello che unisce, l'essere fratelli mozambicani, parte della stessa grande famiglia".

L'eco di tali parole si ritrova nel primo documento congiunto firmato dalle parti: entrambe si riconoscono "compatrioti e membri della stessa grande famiglia mozambicana".

Questo riconoscersi fratelli, figli dello stesso popolo, è decisivo: riecheggia l'episodio biblico di Giuseppe e dei suoi fratelli, citato anch'esso da Andrea Riccardi nel suo discorso introduttivo. C'è una profonda separazione: i fratelli non riconoscono Giuseppe, ministro in Egitto. A un certo punto Giuseppe piangendo va incontro ai suoi fratelli e si rivela. Essere obiettivamente fratelli ma non conoscersi come tali: è un punto nodale da superare in ogni trattativa.

Le trattative mozambicane durano 27 mesi, con 11 sessioni di lavoro. Tra alti e bassi si instaura tra le parti un clima realmente costruttivo e si rafforza, fino all'irreversibilità, la scelta per la soluzione negoziale. Ad osservare e sostenere il processo mozambicano vengono invitati alcuni rappresentanti di governi occidentali e dell'area, oltre che un delegato delle Nazioni Unite. L'Accordo generale di pace, firmato a Sant'Egidio il 4 ottobre 1992, rimane ancor oggi uno dei pochi esempi di un conflitto concluso tramite colloqui di pace nell'Africa dell'ultimo decennio.

La pace in Mozambico è divenuta l'esempio di come una realtà non istituzionale, quale la Comunità di Sant'Egidio, possa portare a termine con successo una mediazione con una miscela e una sinergia di responsabilità tra entità governative e non. In questi ultimi quindici anni la Comunità di Sant'Egidio è sempre più conosciuta a livello internazionale, per il suo contributo alla costruzione della pace nel mondo. Nei media si parla di “Onu di Trastevere”.

Nel commentare il "metodo di Sant'Egidio", l'originale approccio della Comunità ai processi di pace, l'allora Segretario generale dell'ONU, Butros Butros-Ghali, ha parlato di una "miscela, unica nel suo genere, di attività pacificatrice governativa e non governativa":

“La Comunità di Sant'Egidio ha sviluppato tecniche che sono differenti ma al tempo stesso complementari rispetto a quelle dei peacemaker professionali. In Mozambico la Comunità ha lavorato discretamente per anni al fine di far incontrare le due parti: ha messo a frutto i propri contatti. E' stata particolarmente efficace nel coinvolgere altri perché contribuissero a una soluzione. Ha messo in atto le sue tecniche caratterizzate da riservatezza e informalità, in armonia con il lavoro ufficiale svolto dai governi e dagli organismi intergovernativi. Sulla base dell'esperienza mozambicana è stato coniato il termine di "formula italiana" per descrivere questa miscela, unica nel suo genere, di attività pacificatrice governativa e non. Il rispetto per le parti in conflitto, per quelle coinvolte sul terreno è fondamentale per il successo di questo lavoro”.

Tra i leader delle grandi religioni mondiali Sant'Egidio è divenuto un nome di pace e di dialogo. Per molti popoli e in particolare per gli africani, Sant'Egidio è una "casa della pace" dove in tanti hanno cercato e cercano la fine dei conflitti che insanguinano il mondo. Molti osservatori ed esperti considerano la comunità come uno degli esempi più interessanti della capacità della società civile di incidere sulla vita internazionale ed influire sui processi di pace e riconciliazione. Sant'Egidio è studiato e ascoltato e rispettato in varie cancellerie del mondo, nei fori e nelle organizzazioni internazionali. Numerose persone delle più diverse parti del mondo si rivolgono alla Comunità in cerca di un aiuto o di una soluzione per i loro paesi in crisi, a rischio di conflitti civili o già in guerra. Dall'inizio degli anni Ottanta Sant'Egidio si è impegnatao su vari scenari della vita internazionale e in special modo per la preservazione della pace e in favore del dialogo. A motivo della sua crescente presenza in molte regioni del mondo attraverso le varie Comunità, Sant'Egidio sente vicine tante situazioni difficili. Nel tempo tale interesse, oltre che in un'azione umanitaria e di cooperazione allo sviluppo si è trasformato in un impegno a favore del dialogo per prevenire tensioni e talvolta anche in interventi diretti di mediazione.

Tuttavia non esiste un "Sant'Egidio diplomatico", accanto a quello umanitario. Sant'Egidio si occupa di conflitti a partire dalla sua realtà di comunità viva e accogliente, che prega. E' la medesima cultura della riconciliazione e della solidarietà aperta su un orizzonte più vasto. La Comunità è persuasa che, oltre agli appelli e a una continua educazione alla pace, è possibile lavorare concretamente per la pace, senza timore dei propri deboli mezzi. Tale debolezza, vale a dire la mancanza di potere politico, economico o militare, può trasformarsi in una forza: forza morale, che cerca di trasformare l'uomo dal di dentro, e renderlo più giusto, più misericordioso. E' una "forza debole" che può aiutare la pace. Se è vero che dopo la fine della guerra fredda in molti possono provocare la guerra, è anche vero che tutti possono lavorare per la pace.

Iniziative di pace e mediazione sono state tenute nel corso degli anni in Kosovo (accordo sull’educazione del 1996 e 1998); in Algeria (piattaforma per la risoluzione della crisi del 1995), Guatemala (accordo per la ripresa delle trattative del 1996); in Burundi (partecipazione alle trattative di Arusha, presidenza della commissione cessate il fuoco e accordo del 2000); Albania (accordi di garanzia del 1997); Costa d’Avorio (partecipazione agli accordi di Macoussis del 2002); Liberia (accordi di Roma del 2003 e 2004). Inoltre sono in corso contatti e colloqui in molte zone di crisi come il Darfur, il Nord Uganda, il Nepal e altri. Assieme alle facilitazioni vi è l’impegno per la liberazione degli ostaggi e rapiti o la commutazione di condanne a morte, che ha avuto numerosi successi in Colombia, Congo, Angola.

 

Il dialogo

Il servizio alla pace si accompagna, e talvolta ha origine, in una fitta rete di legami, di relazioni e di amicizie nata grazie all'impegno per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso che la Comunità realizza dagli anni Ottanta, in particolare tra le tre grandi religioni monoteiste, ebraismo, cristianesimo e islam, ma anche con le altre religioni mondiali. Sant'Egidio mette a frutto la sua esperienza e capacità acquisita sul terreno del dialogo interculturale e interreligioso. Nel lavoro sociale con gli immigrati in Europa dal Sud del mondo, e nel quotidiano incontro amichevole dei suoi membri con i poveri, la Comunità ha appreso per così dire la grammatica della riconciliazione tra gente diversa nella coabitazione. Durante la trattativa per la Piattaforma per l'Algeria, gli osservatori internazionali sono colpiti dal fatto che sia possibile per una comunità cristiana riunire nella propria casa responsabili musulmani. Così come sorprendono le numerose reazioni positive del mondo islamico all'iniziativa algerina, oggi molto importanti se si pensa al clima di choc di civiltà prevalente. E' dall'intenso lavoro in favore del dialogo interreligioso, che proviene l'attenzione e la simpatia del mondo delle religioni nei confronti delle azioni di Sant'Egidio sul terreno più propriamente politico della risoluzione dei conflitti.

Dal 1987, anno successivo alla Preghiera per la Pace convocata ad Assisi da papa Giovanni Paolo II, la Comunità organizza ogni anno un Meeting internazionale interreligioso. L'intuizione del papa apre una nuova via di dialogo interreligioso e di dialogo ecumenico sulla base dell'impegno delle religioni per la pace. A Sant'Egidio si percepisce l'importanza di tale avvenimento e la necessità di non lasciar cadere l'iniziativa. Ne nasce un percorso di dialogo promosso dalla Comunità che con gli anni rivela tutta la sua profondità spirituale. Una accanto all'altra, le grandi religioni cercano una strada assieme, levando lo sguardo sul mondo e sulle sofferenze degli uomini e delle donne di questo tempo. E' un percorso comune, compiuto nel rispetto delle differenze ma con il desiderio di convergere con pazienza verso l'amicizia e la comprensione vicendevole. Non si possono ricordare tutte le tappe di questo itinerario, si rammentano solo gli incontri di Varsavia (1989), in un delicato momento di transizione, di Bucarest (1998) in una stagione di forte tensione tra cattolici e ortodossi, di Lisbona (2000) con la richiesta di perdono dei cattolici portoghesi agli ebrei, ad Aachen (2003) e l’ultimo a Milano (settembre 2004) in cui si sono indicate piste per un superamento di uno scontro di religione e di civiltà.

Lo spirito di Assisi è infatti il contrario dell'autoreferenzialità impaurita che rende estranei e nemici gli uomini di religione. Compiere questo cammino significa andare alla radice dei singoli messaggi religiosi e trovarvi un comune messaggio di pace. In questo senso lo spirito di Assisi, di unità tra cristiani e di dialogo tra le religioni, è come un’icona che evoca l'unità del genere umano. Tale dialogo rafforza le chiese e le religioni davanti al pericolo costante di rassegnarsi all'intolleranza e alla divisione. Dialogo non significa perdita di identità né cedimento a un facile sincretismo: al contrario, senza confusione ma senza separazione, il dialogo risponde alle profonde ragioni dell'amore. Il dialogo è un'arte di vivere nel nostro mondo frammentato e dispersivo. I meeting interreligiosi internazionali si ispirano alla forza di pace delle religioni. La preghiera sta al cuore di questa forza debole, nella consapevolezza che "solo la pace è santa" e che le grandi religioni devono collaborare alla sua edificazione nelle coscienze come nella vita pubblica. A Sant'Egidio si ritiene che sia necessario continuare a far soffiare lo spirito di Assisi ovunque, affrontando il tema problematico del coinvolgimento delle religioni nei conflitti e della necessità che esse, rafforzate da una vicendevole solidarietà e amicizia, non si facciano strumentalizzare dalla violenza e dal pregiudizio, non si facciano beffare dal male.

 

 

Il programma DREAM

In Mozambico i frutti della pace raggiunta nel 1992 grazie all’azione della Comunità, sono oggi minacciati da un’altra guerra che miete migliaia di vittime innocenti: l’AIDS. L’UNAIDS stima che nel dicembre 2000 erano infetti, in tutto il pianeta, 36,1 milioni di individui, di cui i due terzi (oltre 25 milioni) residenti in Africa. Secondo l’OMS inoltre, a causa dell’AIDS, si assiste nel continente africano ad una diminuzione della speranza di vita, che scenderà mediante a circa 47 anni nel 2010. Senza considerare alcuni paesi in cui la speranza di vita, a causa della malattia, è scesa ulteriormente; oggi in Botwsana, per esempio la speranza di vita è di 35 anni, in Malawi di 34, in Sierra Leone di 29 anni. L’AIDS, già oggi, ruba 10 anni di vita ad ogni africano. Dopo il 2010, se non si interviene in modo efficace, ruberà un terzo della vita. E’ davanti a questo scenario che nel 2001 un gruppo di medici e ricercatori della Comunità di Sant’Egidio si è impegnato per dare origine al Programma DREAM, Drug Resource Enhancement against Aids and Malnutrition. Lo speciale legame con il Mozambico porta la Comunità di Sant’Egidio a scegliere questo Paese come il primo in cui avviare il programma DREAM.

 

Le caratteristiche di DREAM

Che cosa è DREAM? DREAM è un programma di controllo, prevenzione, trattamento, dell’infezione da HIV in Africa. In altre parole è garanzia di accesso alla terapia completa e sostegno complessivo alla salute, secondo un modello economicamente compatibile e adatto all’Africa sub-sahariana e ai paesi a risorse limitate.

DREAM riflette il modo di sentire di Sant’Egidio: per la Comunità di Sant’Egidio è centrale il valore della persona e di ogni vita. Per lunghi anni una strategia esclusivamente preventiva è stata il paradigma di tutte le grandi agenzie internazionali – e della comunità scientifica – per l’attacco all’AIDS nei paesi in via di sviluppo. Questa strategia ha mostrato i suoi limiti: decine di milioni di africani sieropositivi e una curva dell’epidemia drammaticamente in ascesa almeno fino al 2010 impongono uno sforzo straordinario per recuperare il tempo perduto e affiancare alla prevenzione, finalmente, la terapia.

In occidente, dal 1996, l’introduzione dei farmaci antiretrovirali ha consentito la sopravvivenza di centinaia di migliaia di malati ed ha finalmente garantito una qualità della vita non lontana da quella che si osserva per tante patologie croniche. Inoltre, ha quasi completamente eliminato la trasmissione da madre a bambino.

Purtroppo l’accesso alla terapia in Africa ha incontrato sinora ostacoli formidabili. E’ uno dei paradossi dei nostri tempi e delle nostre società: disporre di trattamenti efficaci ma non renderli accessibili a chi ne ha veramente bisogno. Il diritto alla terapia è un diritto umano troppo spesso violato, disatteso, e spesso senza che arrivi nemmeno a livello di coscienza.

DREAM rispecchia lo stile della Comunità ed è reso possibile dall’ impegno gratuito e volontario di oltre 400 persone dalle diverse professionalità. E’ questa una caratteristica di DREAM, che permette un bassissimo impiego di risorse in spese generali e di sostegno alle strutture (2-4%) sull’impegno totale delle risorse nei progetti.

Il programma nasce dunque con l’obiettivo di tornare a riunire prevenzione e terapia, nella convinzione che è necessario salvare oltre che prevenire, guadagnando per quante più persone possibile un nuovo tempo alla vita.

 

 

DREAM è concepito per l’eccellenza

Eccellenza delle cure e della diagnostica, dell’organizzazione e dell’informatizzazione. Per questo, DREAM ripropone lo stato dell’arte degli standard occidentali, utilizzando di routine la valutazione della carica virale, o introducendo la Highly Active Anti-Retroviral Therapy (HAART), l’attuale golden standard nel trattamento dell’infezione da HIV, per tutti i pazienti che ne hanno bisogno. Per la Comunità di Sant’Egidio le persone non sono mai semplici “emergenze”, corpi da vestire, piaghe da curare, bocche da sfamare: sono sempre persone, sono amici. Per questo ci si muove secondo quel semplice e antico segreto che raccomanda di fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi stessi. Chi non vorrebbe per se stesso l’eccellenza? Questo approccio ha una sua profonda efficienza. E’ di grande motivazione per il personale coinvolto, raccoglie il massimo di collaborazione dei pazienti, rende promotori di conoscenze nell’ambiente circostante i pazienti stessi, abbatte la dispersione e l’interruzione della terapia in atto, alza il livello qualitativo delle prestazioni offerte. Il minimalismo tante volte proposto in tema di aiuto internazionale e di cooperazione rischia, sul tema dell’AIDS, di condurre a conseguenze pericolose se non addirittura letali in un ambiente già esposto a troppe debolezze e a fronte di una complessità che è in radice refrattaria a ogni approccio settoriale o riduttivo.

La terapia ha richiesto inizialmente un grande investimento nella realizzazione di una rete di laboratori di biologia molecolare in grado di fornire tutto il necessario supporto diagnostico per iniziare il trattamento e successivamente per monitorarlo. Il Mozambico è oggi l’unico paese africano a disporre, nell’ambito del servizio sanitario nazionale, di una rete di laboratori pubblici in grado di eseguire la conta delle cellule CD4 e la Carica Virale per tutti i pazienti in terapia. Queste strutture hanno peraltro reso possibile effettuare in loco l’addestramento di personale di laboratorio qualificato, problema cruciale in tutto il continente.

Il modello DREAM offre agli africani tutto quel che viene ritenuto indispensabile nei nostri paesi ad alto tasso di sviluppo: è una questione di dignità, ma anche di efficacia. Farmaci, analisi e trattamenti sono di fatto analoghi a quel che viene adottato nel nord del mondo. Un approccio pragmatico al problema dei farmaci ha fatto sì che l’utilizzo di antiretrovirali generici si sia accompagnato alla collaborazione con le case farmaceutiche produttrici di brevetti, tanto che interessanti prospettive si vanno aprendo per poter offrire in Africa la stessa gamma di prodotti oggi disponibili ad esempio in Italia o negli Stati Uniti.

 

DREAM si fonda sulla partnership

La Comunità di Sant’Egidio non svolge il ruolo del donatore distratto che, per la sua ownership, concede i propri fondi e lascia fare, affidandosi tutt’al più ai rendiconti finanziari. Non si tratta di paternalismo ma di responsabilità. Poter lavorare insieme è una chance in più. Lavorare insieme significa fornire tutti i mezzi necessari a raggiungere gli obiettivi, in collaborazione e nel rispetto del quadro istituzionale locale. Così, mentre centinaia di membri della Comunità si dedicano ad attività di promozione del progetto in Occidente, oltre 400 volontari qualificati – medici, infermieri, tecnici di laboratorio, informatici, educatori, amministrativi – si alternano a rotazione, con sovrapposizione e trasferimento diretto di conoscenze, durante tutto l’anno, per affiancare il personale locale impegnato nel programma.

 

DREAM è un programma partecipativo

Nasce nei paesi più industrializzati del mondo, ma ha una solidissima base sociale in Africa. La Comunità di Sant’Egidio è essa stessa africana, dal momento che vive in 26 paesi del continente con quasi ventimila membri, tutti africani. Tutti infatti possono aiutare: nessuno è così povero da non poter aiutare qualcuno più povero di lui. Ma DREAM è anche aperto alla partecipazione di chi vive in Occidente: se Istituti a carattere scientifico e diverse realtà del mondo industriale ed economico sono ormai stabili partner nel programma, offrendo le loro risorse tecnico scientifiche ed economiche, moltissimi privati cittadini partecipano al programma ricevendone una informazione puntuale e offrendo il loro sostegno in molte forme.

 

DREAM è modulato per un rapido scaling–up

L’eccellenza delle prestazioni e le ridotte risorse economiche non hanno rappresentato un limite alla possibilità di diffondere la cura a un vasto numero di persone e, in prospettiva, a tutti. Il problema principale è piuttosto nella difficoltà di implementare, in sistemi sanitari a risorse limitate come quelli africani, la complessa assistenza richiesta per l’infezione da HIV/AIDS. Occorre costruire una strada innovativa proprio in questo campo, tenendo conto dei peculiari fattori e mettendo a frutto la necessità di strutture agili e leggere. Oggi DREAM si dimostra un modello funzionante che deve affrontare la sfida della sua crescita. Si tratta di ampliare e dilatare insieme, uno accanto all’altro, tutti gli aspetti del sistema: dall’addestramento del personale tecnico e medico (in paesi, come gran parte di quelli dell’Africa sub-sahariana, con una cronica carenza di personale aggravata dalla pandemia) alla creazione di adeguate infrastrutture, dalle facilities diagnostiche ad un’adeguata assistenza al parto, dal monitoraggio e supervisione delle terapie alla valutazione dei risultati.

La crescita coordinata ed armonica delle diverse componenti rappresenta un passaggio critico che richiede e richiederà un impegno eccezionale. Del resto la lotta all’AIDS deve affrontare questo ineludibile transito su grande scala delle cure per ambire a diventare battaglia su scala-paese e modello per paesi a risorse limitate. Non si può, infatti, offrire tutto a tutti contemporaneamente. Questo impone scelte di priorità. Nella prima fase è stata data precedenza con DREAM, alle donne in gravidanza, alla coppia madre-bambino e ad alcuni interventi chiave in settori strategici dello sviluppo, come quello sanitario (medici, infermieri e personale ausiliario) ed educativo (insegnanti della scuola dell’obbligo). In seguito DREAM si è fatta carico di altri settori chiave delle società : personale dell’esercito, amministrazione pubblica e lavoratori di aziende. DREAM non dimentica altri settori di popolazione che più difficilmente hanno accesso alle cure, come ad esempio quello dei detenuti nelle carceri o dei bambini negli istituti.

E’ stato chiesto più volte ai responsabili del programma se sia etico o meno privilegiare una fascia di popolazione su un’altra. La situazione di partenza, purtroppo, in gran parte dell’Africa è proprio quella della non-scelta accompagnata da immobilità, impotenza e totale rassegnazione di fronte all’espandersi dell’epidemia.

Non scegliere per evitare il rischio di scelte di priorità necessarie all’inizio di ogni programma con ambizione globale (come il contenimento, il contrasto e la sconfitta dell’AIDS in Africa), appare davvero il contrario del rischio etico, in una sorta di limbo che diventa responsabile della scomparsa di intere generazioni.

Per questo, scelte di priorità introducono un inizio di etica in uno squilibrio Nord/Sud drammaticamente marcato.

 

DREAM è un programma di sanità pubblica

DREAM è stato concepito per diventare una componente stabile dei servizi sanitari nazionali, ma non esclude strutture private – di grande rilevanza sociale e pubblica – gestite da congregazioni religiose, da volontari, da ONG ed altre agenzie di solidarietà, che già stanno efficacemente contribuendo allo scaling–up del programma. Tutti i servizi sanitari, dalla diagnostica al supporto nutrizionale, dall’educazione sanitaria alla terapia convenzionale di infezioni opportunistiche e di infezioni a trasmissione sessuale (come la HAART), sono offerte in totale regime di gratuità, almeno per quel che riguarda le popolazioni appartenenti ai bacini di utenza dei centri. E’ allo studio la possibilità di garantire l’accesso a questi servizi anche per chi è lontano geograficamente, proponendo meccanismi di cost-sharing basati sulle spese vive, per coprire i costi, ad esempio, dei reagenti per diagnostici.

 

DREAM è anche ricerca operativa

DREAM è utilizzato anche a scopi di ricerca in sanità pubblica, epidemiologia dei servizi e del loro impatto, nella clinica e nella terapia per paesi in via di sviluppo. L’acquisizione di nuove conoscenze, nella ricerca dedicata ad interventi di sviluppo in paesi poveri, non può che rappresentare un valido contributo sulla via della lotta all’AIDS. In questo senso il programma è dotato di robuste connessioni con il mondo scientifico ed è orientato alla raccolta dei dati per studi epidemiologici, sia in via routinaria che per indagini ad hoc. Grande attenzione è stata assegnata alla necessità di dare vita – nonostante le ovvie debolezze infrastrutturali in paesi di grandi dimensioni e con problemi di comunicazione – a un efficiente sistema di comunicazione interna. Una rete informatizzata e telematica unisce tutti i centri del paese e li connette a server in loco ed in Europa, facilitando il lavoro di coordinamento e di supervisione, consentendo immediati teleconsulti per i clinici di DREAM e fornendo in tempo reale i dati prodotti nelle singole strutture.

 

I risultati di DREAM

DREAM ha preso l’avvio nel marzo 2002 in Mozambico. All’inizio arrivavano nei nostri centri per fare il test quei malati che non avevano niente da perdere, i più disperati, quelli che era chiaro che erano affetti da AIDS e per questo erano allontanati da tutti.

In pochi mesi questi malati hanno cominciato a trasformarsi: Abbiamo avuto dei risultati spettacolari: abbiamo assistito a delle vere e proprie resurrezioni. Si potrebbero fare molti esempi, forse il più significativo è che un folto gruppo di questi malati della prima ora ha fondato l’associazione “Mulheres para o dream”, donne per un sogno. Molte di queste donne lavorano per il programma, accolgono chi arriva per la prima volta, l’incoraggiano, aiutano a seguire bene la terapia, soprattutto testimoniano con la loro vita che l’AIDS non è una condanna a morte. Questo rappresenta un aspetto molto significativo del programma, perché l’associazione diviene un fondamentale percorso di reinserimento nella vita: dall’esclusione e dallo stigma si torna ad uscire di casa, a lavorare e si trova il riscatto di poter aiutare gli altri e di diventare veicoli di trasmissione culturale. Le nostre attiviste infatti, dopo una lunga formazione, svolgono una inestimabile azione di educazione sanitaria alla pari, che va ben oltre le semplici nozioni sul virus dell’HIV e finisce al contrario per investire tanti altri aspetti della vita: l’alimentazione, l’igiene della casa e delle persone, la prevenzione di patologie infettive e molto altro. Così la donna, da principale vittima dell’AIDS, diviene protagonista della liberazione dalla malattia.

Abbiamo poi potuto verificare che i malati africani, a dispetto di un certo scetticismo, sanno seguire benissimo la terapia, tanto che l’aderenza al trattamento nei nostri centri in Africa è superiore a quella di strutture di cura italiane o americane. Nell’ambito del programma DREAM l’aderenza è pari al 95%, un dato che è stato reso possibile dal modello innovativo, dall’erogazione gratuita dei farmaci, dall’educazione sanitaria, dalla rete territoriale e domiciliare, dai rapporti di vicinanza che si creano, dall’efficacia stessa della terapia. Ma soprattutto, questa altissima aderenza è dovuta alla serietà e alla voglia di vivere dei pazienti.

Nel giro di tre anni, siamo passati dai primi 50 test agli oltre 13.000 attuali, con circa 2.500 in terapia antiretrovirale (fig 1) e quasi 7.000 pazienti in assistenza.( fig 2) Soprattutto, il 95% dei nostri malati è vivo e con una buona qualità di vita. Il 97% dei bambini nasce sano da una madre sieropositiva. La madre, coperta dalla terapia, continua a vivere e chi nasce sano non entra nell’esercito degli orfani da AIDS.

Un ulteriore dato che conferma la bontà dell’approccio complessivo di DREAM alla salute dei pazienti è che il tasso di mortalità infantile (bambini che muoiono nel primo anno di vita) è inferiore di un terzo rispetto a quello generale del Mozambico. Cioè: vivono e restano sani molti più bambini nati da madri infette ma coperte da DREAM, che bambini nati da madri sane non coperte da DREAM. Senza la copertura terapeutica, si avrebbe avuto un esito del tutto opposto.

Anche i primi indicatori di costo, sulla base del budget 2003, appaiono incoraggianti. La spesa annuale di un paziente sieropositivo in assistenza al programma DREAM è stata mediamente inferiore ai 400 euro. Se si considerano i soli pazienti in terapia antiretrovirale attiva è stata di 670 euro. Si tratta, come si vede, di costi non incompatibili con grandi numeri, se si decide che questa è una priorità mondiale.

                                                                           
Prospettive


I risultati di DREAM consentono di dire che la cura dell’AIDS in Africa è possibile, molto efficace ed economicamente sostenibile.

Pertanto un’estensione del modello DREAM avrà ricadute non solo sul piano individuale dei singoli pazienti. DREAM infatti può incidere sulle conseguenze economiche e sociali dell’epidemia. Dopo il Mozambico, anche in Malawi il programma è già iniziato da alcuni mesi, avendo in cura più di 350 persone. Ma DREAM oggi si appresta a diventare realtà in altri paesi africani: Guinea-Bissau, Tanzania, Guinea Conakry, Costa d’Avorio e Angola.

In questi paesi sono già stati presi accordi con i locali Ministeri della Sanità e sono identificate le strutture dove implementare il programma. Il personale di varie qualifiche (medici, infermieri, biologi, ecc.) che lavorerà nell’ambito del programma, ha già preso parte a corsi di formazione specifici sul trattamento antiretrovirale e sui protocolli diagnostico-terapeutici di DREAM, utilizzando i centri di cura e i laboratori di biologia molecolare già esistenti in Mozambico. La chiave del successo di DREAM infatti è investire sulle risorse umane e sulla formazione di personale locale.

Il personale europeo espatriato è sempre presente con ruoli di coordinamento dei vari servizi, ma l’obiettivo di DREAM è di formare personale africano, che peraltro è l’unico retribuito nel programma. Sin dall’inizio pertanto uno dei campi di azione prioritario è stato quello della formazione: corsi periodici (almeno due volte l’anno) sono stati organizzati in Africa. Corsi di formazione rivolti a tutti coloro che vogliono iniziare il programma DREAM; si tratta di corsi a cui hanno partecipato varie figure professionali di tipo sanitario (medici, infermieri, biologi, tecnici di laboratorio, ecc. ) ma non solo (amministrativi, operatori sociali, ecc) per apprendere i fondamenti del trattamento antiretrovirale e di DREAM.

Tutto questo con lo scopo di poter replicare il successo e l’originalità di DREAM anche in altri paesi africani.

Diffondere DREAM non vuol dire infatti perdere quelle caratteristiche intrinseche del programma quale è l’eccellenza nella diagnostica o nella terapia, ma neanche venire meno a quel rapporto privilegiato e personale con ogni malato, che è nello spirito della Comunità di Sant’Egidio.

In quest’ottica la formazione assume un ruolo fondamentale nell’ambito del programma e un settore in cui investire sempre più in risorse finanziarie ed umane. I corsi di formazione hanno infatti una qualità decisamente alta, garantita dalla preparazione dei docenti, medici e altri professionisti europei esperti in sanità pubblica e nel trattamento antiretrovirale e dal metodo didattico altamente interattivo e specialistico per le varie figure professionali. Il successo di questa metodologia è evidente anche nell’alto numero di adesioni; all’ultimo corso svoltosi in Mozambico hanno partecipato quasi 150 corsisti provenienti da 10 paesi africani.

Il personale mozambicano già formato e operante nei centri ha potuto così trasmettere il “know-how” professionale acquisito. Con DREAM abbiamo così assistito al diffondersi di un altro contagio: un contagio buono, quello della speranza di poter davvero combattere l’AIDS in Africa. DREAM oggi rappresenta per questi paesi una risposta credibile, efficace e sostenibile alla pandemia dell’AIDS, che minaccia il futuro del continente.

Resta ancora molto da fare sul piano della salute così come su quello dello sviluppo, ma oggi appare chiaro che DREAM ha aperto una nuova strada, quella di una partnership tra Africa ed Occidente vera, senza complessi e senza paternalismi. La Comunità di Sant’Egidio crede a volte che si possono vincere sfide impossibili. Il nostro sogno non è solo quello di vincere sull’AIDS ma anche quello di una nuova alleanza, di un nuovo rapporto tra Africa ed Europa, tra Africa e Occidente.

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