Discorso di ringraziamento – Berna 16.11.1999

Regno Unito

John Elliott

Premio Balzan 1999 per la storia moderna dal XVI al XVIII secolo

Per i suoi contributi eccezionali alla conoscenza della storia spagnola e della Spagna imperiale all'inizio dell'età moderna. Egli ha mutato il nostro modo d'intendere i problemi che la Spagna e i suoi governanti dovettero affrontare nel periodo dell'incipiente declino. I suoi scritti dotti e di gradevole lettura hanno restituito alla storia della penisola iberica quel ruolo di protagonista che le spettava nell'ambito della storia europea e mondiale.

Cerimonia di Consegna dei Premi Balzan 1999
Berna, Palazzo federale, 16 novembre 1999

Signora Presidente,
Signori Membri della Fondazione Balzan,
Signore e Signori, 


La Fondazione Internazionale Balzan, nel conferirmi questo grande onore, riconosce prima di tutto l’importanza di quel campo di studi storici che si è rivelato il più vivace e il più creativo sin dai giorni in cui nacque la Fondazione stessa, nel 1957. I tre secoli tra il 1500 ed il 1800, che coprono il periodo definito ormai dagli storici anglo-americani come Prima età moderna, sono oggi visti, sotto molti aspetti, come un’epoca particolare e piuttosto a sé stante della storia europea; un’epoca caratterizzata da un lato da una profonda continuità con la civiltà del mondo medievale, e dall’altro da una serie di cambiamenti traumatici nel mondo della religione, della politica, delle idee, ma anche delle conoscenze geografiche, scientifiche e tecniche; cambiamenti che ci hanno portato, nel bene e nel male, nel mondo che vediamo oggi intorno a noi.


È proprio per il suo carattere di transizione, con le spinte tra continuità e cambiamento, che questo periodo si rivela così appassionante e gratificante per le ricerche storiche. Ricco di ogni sorta di avvenimenti, ha attirato alcuni tra gli storici più vivaci del dopoguerra, e io mi considero un privilegiato per aver avuto l’opportunità di esplorare, nel corso della mia carriera professionale, alcuni dei sentieri tracciati da un’illustre linea di predecessori.

Come tutti gli storici della mia generazione, ho un profondo debito di gratitudine per i grandi maestri francesi della Scuola degli Annales, e in particolare per Lucien Febvre e Fernand Braudel, i quali, tanto l’uno che l’altro, hanno aperto i miei occhi di studente universitario sulle possibilità di quello che pareva il modo più impossibile di fare la storia: l’histoire totale. Essi mi hanno insegnato qualcosa di molto importante per uno storico: la necessità di liberarsi delle barriere imposte dalle categorie rigidamente definite della storia politica, sociale ed economica, e di studiare, invece, le connessioni, talvolta evidenti, talvolta nascoste, tra le molteplici correnti che, tutte insieme, tessono la rete di una civiltà. L’histoire totale, ahimè, non sarà mai scritta compiutamente: rimane, tuttavia, l’aspirazione più nobile per ogni storico.


Ho inoltre un debito personale di gratitudine con due altri storici, l’uno britannico, l’altro spagnolo, che hanno profondamente influenzato il corso ed il carattere delle mie ricerche. Per il temperamento e per le convinzioni che mi sono proprie, mi era impossibile accettare il determinismo geografico ed economico che avevo scorto in così tanta storia scritta sullo stile degli Annales, ed il mio maestro di storia all’Università di Cambridge, Herbert Butterfield, mi ha insegnato, nei miei tentativi di comprendere i processi storici, a non sottovalutare né l’accidentale e il contingente, né il ruolo dell’individuo e delle scelte umane.

L’altro mio debito personale è nei confronti dello storico catalano Jaume Vicens Vives, la cui morte prematura nel 1960 ha lasciato un enorme vuoto nella storiografia spagnola. E’ stato Vives che mi ha fatto conoscere non solo le grandi possibilità che offre la storia della Spagna, alla quale ho dedicato tanta parte della mia carriera, ma anche l’importanza vitale di riconsiderare costantemente il passato alla luce delle nuove evidenze, anche se ciò dovesse portare, come fu per lui, a sfidare le convinzioni più radicate e care al nazionalismo storiografico.

Basandomi su ciò che ho imparato da questi e da altri storici, ho cercato di ripensare alcuni aspetti della Prima età moderna, inserendo nel processo di ricerca, come credo dovrebbe fare ogni storico, interessi e preoccupazioni contemporanee quali strumenti per identificare e illuminare le questioni storiche importanti che possono avere ancora una rilevanza contemporanea. In particolare ho cercato di inserire la storia della Spagna nella più vasta storia europea, mostrando – mentre la storiografia ufficiale spagnola amava sostenere che la Spagna era diversa – come esistessero, invece, delle somiglianze importanti tra l’esperienza storica spagnola e quella europea in generale nel sedicesimo e diciassettesimo secolo.


Da inglese arrivato alla maturità nell’immediato dopoguerra, ero ovviamente allenato alla questione del declino economico ed imperiale. Questa preoccupazione ha svolto un ruolo significativo nell’attirarmi verso lo studio della percezione e delle realtà del declino, e delle reazioni che esse provocarono nella Spagna del diciassettesimo secolo – secolo d’oro per la Spagna delle lettere e delle arti. Tuttavia, le ricerche sulla storia spagnola, a cominciare dallo studio della rivolta della Catalogna contro il governo di Madrid nel 1640, mi hanno anche sensibilizzato sull’importanza e sul grande interesse che rivestono, non solo per la Spagna ma per tutta l’Europa, le relazioni storiche fra lo stato centralizzatore e le regioni e le province interessate a conservare un’identità storica che vedono in pericolo di essere sopraffatta o addirittura soppressa. Questo, a sua volta, mi ha incoraggiato a pensare alla Prima età moderna in termini di stati o monarchie “composite” che potrebbero avere molte più cose in comune – e molte più da insegnare – con l’Europa oggi in costruzione, di quante ne abbiano con l’Europa degli stati-nazione del diciannovesimo e del ventesimo secolo.

È proprio la scoperta dei legami che superano il tempo ed il luogo, e dell’interazione, costante ma generalmente imprevedibile, tra passato e presente, che mi ha dato il maggior piacere nel corso della mia carriera di storico. Collegando e confrontando Spagna ed Europa, Europa ed America, spero di aver dato qualche contributo alla comprensione di un passato che ha avuto, e continua ad avere, delle enormi implicazioni per il presente. Sono profondamente grato a tutti coloro che mi hanno aiutato in questa impresa, e in particolare a questa grande Fondazione internazionale, la cui munifica generosità è una fonte di straordinario incoraggiamento per tutti noi che cerchiamo di spiegare, a noi stessi ed agli altri, il presente e il passato.

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