Discorso di ringraziamento – Berna, 13.11.1987

Sudafrica

Phillip Tobias

Premio Balzan 1987 per l'antropologia fisica

Phillip Tobias è uno dei più autorevoli studiosi nel campo dell’antropologia fisica. I suoi studi sui fossili umani, condotti prevalentemente in Sudafrica, hanno arricchito notevolmente la nostra conoscenza dell’evoluzione preistorica dell’uomo – dai suoi primi antenati, Australopithecus, all’Homo habilis, all’Homo erectus fino all’Homo sapiens – e hanno contribuito a far luce sullo sviluppo e sull’evoluzione delle capacità del cervello umano.

Signor Presidente,
Eccellenze,
Signor Presidente e stimati membri della Fondazione Balzan,
Distinti ospiti,
Signore e Signori,

Ho ricevuto la notizia di essere stato prescelto come destinatario del Premio Balzan con profonda emozione. Ho rivolto il mio primo pensiero agli altri membri della comunità di antropologi che considero più meritevoli di me. Comunque, sebbene sia stato scelto come fortunato destinatario di questo meraviglioso premio, è forse il mio campo di ricerca. l’antropologia fisica, ad aver ricevuto un importante riconoscimento.
Questa materia è stata sempre poco riconosciuta dalle principali fondazioni internazionali. Quindi la
decisione della Fondazione Balzan di includerla nelle materie di studio premiande del 1987, segnala non solo la più alta approvazione per l’antropologia fisica, ma un nuovo progresso. un vero passo avanti nella storia di questa disciplina. Per questo, io, insieme a centinaia di biologi umani di tutto il mondo, mi rallegro e ringrazio i saggi che amministrano la Fondazione. Molti potrebbero dire che il riconoscimento di questa disciplina sia dovuto, ma se io esprimessi questo sentimento raggiungerei il culmine dell’ineducazione -quindi rimango qui come parte in causa interessata!
Potreste essere in grado di pensare che gli uomini e le donne che strisciano a terra tra polvere e rocce in distese lontane per trovare vecchie ossa, debbano essere sicuramente persone cadaveriche, senza sangue, senza colore e rinsecchite, un po’ come i fossili che sono i loro compagni quotidiani. Eppure tra le persone che hanno dedicato le loro vite a questo lavoro, si trovano alcune delle personalità più vive e curiose che hanno contribuito allo sviluppo della scienza nella prima metà del XX secolo. Si pensi a Pittard e Schultz in Svizzera, Giuseppe e Sergio Sergi in Italia, Blumenbach, Haeckel e Martin in Germania, Boule, Arambourg e Vallois in Francia, e Huxley, Keith, Elliot Smith e Wood Jones in Inghilterra, solo per nominarne alcuni.
La mia carriera si è svolta in Africa. Lì, per mia grande fortuna, ho subìto il fascino di tre grandi uomini. Raymond Dart, Robert Broom e Louis Leakey. Questi furono i tre brillanti studiosi la cui immensa visione scientifica e le cui eterodosse teorie, portarono Robert Ardrey, autore di “African Genesis”, a parlare di loro come dei “tre uomini selvaggi dell’Africa”. Sono sempre conscio del mio debito di riconoscenza nei loro confronti; infatti il genio di questi tre uomini rinascimentali tuttora ispira il mio lavoro quotidiano.
Essenzialmente il compito del paleo-antropologo è di infondere nelle ossa morte il respiro della vita, come Ezechiele, il profeta, vide con chiarezza nella valle della morte. Ci sforziamo di chiarire come questi primi bipedi stavano in piedi. camminavano e correvano, tenevano le loro teste e le colonne vertebrali, masticavano e manipolavano.
Ancora più essenziale ci appare la sfida di capire i segreti dei loro cervelli. Attraverso lo studio di calchi di crani, abbiamo appreso molte nozioni sui cervello di allora, racchiuso nelle volte craniche. Eravamo soddisfatti nel determinare la grandezza del cervello e nel chiarire come la sua dimensione si era triplicata in soli due milioni e mezzo di anni. Più recentemente. abbiamo esplorato la forma della superficie esterna del cervello. Queste ricerche mi hanno portato, nove anni fa, a una grossolana eresia scientifica. Riconobbi dei segni rivelatori del linguaggio parlato nella struttura cranica dell’ Homo habilis, che visse due milioni di anni fa ed ebbi il coraggio di affermare che questo membro primordiale del nostro gene Homo era capace di parlare un linguaggio rudimentale. Il discorso articolato fu, invero, la prima grande meta raggiunta da un nostro anziano, loquace precursore: e la raggiunse molto prima di quanto tanta gente possa pensare. In questo modo si raggiunse un nuovo livello di organizzazione nell’evoluzione globale.
Già Sofocle debolmente percepì questo, quando scrisse in Antigone, ventiquattro secoli e mezzo fa:
“Di tutti gli interrogativi. nessuno è più meraviglioso dell’uomo, che ha imparato l’arte del parlare, del pensare, del vivere sociale”.
E non parlò Shakespeare, con sorprendente previsione, di lingue negli alberi, libri nei ruscelli fluenti, Sermoni nelle pietre, e del buono in tutte le cose?”
C’è, invero, il posto per la fantasia. anche per un certo tipo di poesia in tutte le scienze, ma soprattutto nel leggere i legami tra la storia passata dell’uomo e quella attuale.
Come pensiero finale, tutti i popoli viventi sono uniti non solo dal forte legame della loro pura umanità, ma anche dalla loro comune discendenza, in definitiva. dagli stessi avi. Questa filosofia ha influenzato molto il mio lavoro: essa fornisce il fondamento scientifico – se realmente esso è necessario – per l’umanità, la pace e la fratellanza fra i popoli, che è lo scopo principale della Fondazione Balzan. É bello pensare che nel continente africano, il cui grande dono al mondo fu la famiglia dell’uomo, nacquero i nostri progenitori.
Infine, lasciatemi ripetere il mio profondo apprezzamento, così come quello della mia università, dei miei collaboratori ed assistenti, della mia famiglia e dei miei amici, per il riconoscimento che mi è stato conferito. É per conto loro come a nome mio che con gratitudine accetto il Premio Balzan 1987.

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