Reinhard Strohm

Regno Unito/Germania

Premio Balzan 2012 per Musicologia

Cerimonia di Consegna dei Premi Balzan 2012
Roma, Palazzo del Quirinale, 14 novembre 2012


Signor Presidente,
Membri della Fondazione Balzan,
Signore e Signori,
Cari amici e colleghi,

qualche settimana fa, una fatina è arrivata volando fin sulla mia scrivania e mi ha consegnato un regalo, un pacchetto grande e bello. Sull’etichetta c’era scritto: “Premio Balzan”. La fatina ha puntato il dito verso di me e ha detto: “Questo è per te”. Io ho domandato: “Per chi? Per me?” e ho guardato furtivamente alle mie spalle. Quando ci si trova in mezzo a una folla, e qualcuno che ci sta davanti punta un dito verso di noi, non siamo molto sicuri che stia indicando davvero noi e non piuttosto qualcun altro che sta alle nostre spalle. Alla fine, la fatina mi ha convinto che ero proprio io il destinatario, ma io non dimenticherò mai ciò che ho visto quando ho guardato dietro di me. Ho visto i miei genitori e i miei fratelli e sorelle, i miei insegnanti, i miei colleghi, i miei studenti, i miei amici e mia moglie. Nelle prime file di questo grande gruppo di persone c’erano i miei indimenticabili amici e mentori italiani, Giovanna Gronda, Mario Geymonat e Pierluigi Petrobelli che agitavano, rispettivamente, lo striscione della letteratura italiana, quello degli studi classici e quello della storia della musica. Più indietro ho visto mio padre, che mi ha fatto avvicinare al mondo della letteratura greca, e mia madre, che mi ha insegnato l’amore per la musica e centinaia di melodie corali luterane. E potrei continuare. C’erano anche le istituzioni scolastiche con tutto il loro personale, quelle dell’Europa e quelle degli Stati Uniti, che ho avuto la fortuna di visitare e servire. Tutto questo, comunque, rappresentava 67 anni di tempo di pace, durante i quali ci è stato possibile dedicare la nostra attenzione allo studio, all’arte e al piacere, essendo la musicologia un geniale insieme di tutti e tre.
In realtà, il Premio Balzan per la Musicologia, in quanto premio, ha come destinatari ideali le persone e le istituzioni che si trovano dietro di me. Il Premio, però, è molto più di un premio: è soprattutto uno sguardo al futuro. La mia domanda spontanea, “Chi? Io?”, non stava a indicare umiltà, quanto piuttosto entusiasmo con un pizzico di timore. L’umiltà degli studiosi seri non è comunque mai modestia, ma consapevolezza del fatto che i territori inesplorati che si trovano davanti a loro sono molto più grandi dei risultati che hanno alle spalle.
Anche il Premio Balzan non è una semplice decorazione per passate conquiste.Io ritengo che sia, soprattutto, un’espressione di fiducia. Un incoraggiamento ad avanzare verso il futuro. Quando Angela Lina Balzan creò la Fondazione Internazionale Balzan, espresse, con logica idealista, sia la sua gratitudine verso il passato sia la sua speranza nel futuro. Non un futuro individuale, che le fu negato, ma un futuro collettivo, garantito dallo studio e dalla campagna per la pace nel mondo.
Commosso da questo spirito e cosciente dei miei limiti come individuo, desidero rispondere all’incoraggiamento del Premio con un progetto di ricerca che non avrei potuto realizzare (e in realtà non avrei neppure potuto immaginare) senza di esso. Il progetto proposto si chiama “Storia della musica al di là dell’Europa” e, se sarà approvato, sarà una ricerca che si spingerà oltre la storia degli studi musicali di cui mi sono quotidianamente occupato fino ad ora.Desidero apprendere cose nuove sulle interrelazioni musicali tra regioni geografiche e periodi di tempo che costituiscono la nostra eredità musicale globale.
La disciplina accademica della musicologia ha una forma a L. C’è una parte verticale, chiamata Storia della Musica, ma si riferisce soltanto alla storia dell’Europa. Poi c’è un tratto orizzontale a una estremità, chiamata Etnomusicologia, che si estende nel resto del mondo, ma soltanto per il tempo presente, o per quella piccola parte di tempo passato a cui riesce ad arrivare la nostra memoria. Il passato remoto della musica in aree diverse da quella europea si studia molto più di rado, pur se negli ultimi anni questo studio è gradualmente aumentato. Il problema principale, come potete immaginare, sta nei metodi di ricerca: l’etnomusicologia rientra nel campo della ricerca, la musicologia storica è incatenata alla tradizione scritta occidentale. Tra queste due alternative, l’antropologia e l’archeologia stanno iniziando a influire sull’impostazione metodologica della disciplina. Ciò nonostante, l’esempio più noto di musicologia antropologica è ancora quello di Howard Bannister, nel film Ma papà ti manda sola? (What’s up Doc?), con le sue pietre musicali preistoriche lasciate in un luogo che, per coincidenza, si chiama Hotel Bristol. Naturalmente, quegli oggetti di ricerca erano solo pietre, e non è necessario rinunciare completamente alle tradizioni scritte quando si studia la musica del passato che circolava tra l’Europa e gli altri continenti. Un riferimento più reale per la mia ricerca è il Professor Leo Treitler di New York, che già negli anni ’70 propose di scrivere una storia globale della musica. A quel tempo la cosa non mi convinse ma mi incuriosì. L’esperto più autorevole, però, forse quello che Angela Lina Balzan avrebbe maggiormente approvato, è l’antico storico greco Polibio. Egli rivelò che gli abitanti dell’Arcadia (la regione in cui era nato) amavano moltissimo la musica e pertanto non avevano strutture politiche di potere e non facevano mai guerre. Non dobbiamo necessariamente credere a Polibio, ma la musicologia potrebbe studiare il motivo per cui la musica ha sempre permesso agli uomini di tutto il mondo di accettare le differenze e cooperare. Spero di poter mostrare la mia gratitudine alla Fondazione gettando luce su questo meraviglioso potenziale della musica.