Discorso di ringraziamento – Berna, 15.11.1991

Portogallo

Vitorino Magalhães Godinho

Premio Balzan 1991 per la storia: la nascita e lo sviluppo dell'Europa nel XV e XVI secolo

Per essere riuscito a scrivere una storia globale delle esplorazioni, delle conquiste coloniali, dei loro effetti sulla storia dell’umanesimo, delle scienze, delle società. Per aver saputo legare con metodo certo e senza artificio la storia politica, economica e intellettuale.

Signor Presidente della Confederazione Svizzera,
Signor Presidente della Fondazione Internazionale Balzan,
Signore e Signori,

mai, come oggi, la presenza costante e l’intervento illuminato di istituzioni quali la Fondazione Internazionale Balzan, sono così necessari al nostro avvenire comune. Poiché questa Fondazione ha come scopo di promuovere l’avanzamento culturale e scientifico, senza distinzione di nazionalità, di razza e di religione, al fine di affermare la libertà e la dignità dell’uomo. L’adesione ai principi di rigore e di obiettività, il carattere serio e la valorizzazione delle risorse spirituali, scolpiscono una fisionomia ben definita nel mondo della cultura, legata alla pluridisciplinarietà, alla coscienza europea e all’umanesimo universalizzante.

Tutto ciò conferisce a questi Premi Balzan un valore inestimabile e l’importanza di messaggi all’opinione pubblica. Il crollo dell’impero sovietico, che va di pari passo con il disgregamento di tanti regimi totalitari, ha creato la speranza dell’ universalizzazione della libertà, eliminando le utopie di un uomo nuovo; i popoli fino a qui sottomessi e immiseriti si sono lanciati in cerca dell’abbondanza e della riaffermazione dei valori nazionali, senza sapere come organizzare le loro economie, poiché le loro certezze ideologiche sono andate in frantumi e altri modelli si mostrano inadeguati a farle decollare. In Occidente si celebra la fine delle ideologie e l’avvento di un ordine pragmatico che assicura il benessere e la stabilità. In effetti, si sono lasciati cancellare gli ideali e i valori, le aspirazioni verso un avvenire diverso, più umano, le grandi correnti di idee e le discussioni fondamentali sulle opzioni di fondo. Tutto è guidato dalla ricerca sfrenata del profitto, dalla pubblicità che plasma tutte le attività, e dalla appropiazione di potere, che il controllo dei mezzi di comunicazione arreca. La macchina della sovraproduzione gira follemente, accelerata da una obsolescenza troppo rapida.

Nello stesso tempo milioni di esseri umani muoiono di fame, l’analfabetismo, rimasto troppo elevato nel Terzo Mondo, ritorna inquietante nelle società terziarie o altamente industrializzate. La droga e il terrorismo incancreniscono tutti i popoli, i nostri equipaggiamenti sono divenuti estremamente pericolosi: viviamo nella civiltà del rischio onnipresente. Le istituzioni non sono più in grado di affrontare i bisogni del modo di vivere attuale, gli individui sono sempre più smarriti, la democrazia torna ad essere puramente formale e i cittadini partecipano sempre meno ai meccanismi dello Stato, donde la morsa sulla società civile diviene più stretta. La cosiddetta economia di mercato non è che un mito ad uso dei mammut la cui attività pianificata detta l’offerta e la domanda. Questa tirannia dell’utilitario immediato si infatua di politiche cosiddette culturali, una cultura riportata ad un gioco delle industrie “culturali”, e dunque di lucro e della potenza. Da una parte, delle società in pericolo di vita, brancolanti rabbiosamente al fine di individuare i cammini di trasformazioni ineluttabili.

Dall’altra parte, delle società affondate nelle sabbie, in stereotipi senza senso, inebriate da un’abbondanza che non significa stare meglio, e confrontate con i disastri ecologici e con un’internazionalizzazione che schiaccia le eredità trasmesse nel corso dei secoli. Tra queste contraddizioni attanagliate, qual è il ruolo ancora possibile degli intellettuali? Testé, tra gli scrittori e gli artisti, i musicologi e gli studiosi, i cineasti e gli storici, nelle loro qualità, gli uni si consacravano al loro stesso lavoro, le loro creazioni avevano un valore autonomo. Il creatore pensava di essere libero e senza responsabilità, salvo quelle inerenti al proprio lavoro. Gli altri accettavano di servire lo Stato, o le forze del denaro, e anche delle sette religiose o politiche. Quanti si sono così compromessi nei regimi totalitari sotto tutti gli aspetti? Numerosi sono stati pertanto coloro che, attaccati alla funzione pubblica, hanno servito la nazione, il loro popolo, l’umanità, in tutta indipendenza, e coloro che lottavano per avere dei rapporti con il pubblico, senza lasciarsi alienare. Gli unì e gli altri rifiutavano la schiavitù delle ideologie, cercavano di addossarsi i valori universali e di rappresentare la coscienza critica, qualunque cosa succedesse. Qualche volta si credevano l’avanguardia delle masse, cercando di abbattere una nuova società: si sono arenati, ma non sdegnano i loro combattimenti, purché le loro mani non si siano sporcate.

Permettetemi di far spiccare tre esempi che dovranno sempre guidare i nostri passi. Marc Bloch, l’impareggiabile studioso del Medio Evo e storico delle società rurali, che ha aperto la strada, con Lucien Febvre, della storia delle idee e dei simboli: fucilato dai nazisti dopo la tortura. Jean Bernard, la cui vita è stata una lotta ineguagliabile contro la leucemia, grande creatore dell’ematologia, medico umanista come nessun altro, uno degli organizzatori della Resistenza francese contro l’imperialismo totalitario. Sakharov, il grande fisico, la cui difficile lotta contro l’oppressione post-stalinista è stata decisiva per la liberazione dei popoli dell’Est. Potrei aggiungere MendèsFrance, il mio modello di uomo di Stato? Ma nel mondo odierno gli intellettuali non parlano più a nome dei silenziosi, di quelli obbligati a tacere; non osano più sfidare il potere, i poteri, impotenti di fronte alle abilità culturali, si inquadrano al servizio dei gruppi che controllano i mezzi audiovisivi di comunicazione di massa. In cambio della loro partecipazione a questa società di spettacolo e ai benefici delle politiche da mecenate, rinunciano a risvegliare le coscienze, a creare problemi sulle certezze, ad aiutare i geni a dipanare i fili conduttori attraverso una massa di informazioni in crescita esponenziale. Constatando l’ inefficacia sociale della cultura – la sconfitta del pensiero, direbbe Finkielkraut – rinunciano alla loro responsabilità di cittadini. Così, nostro primo dovere è di riunire pienamente le funzioni di quelli che, in mancanza di meglio, continueremo a chiamare gli intellettuali – i dotti, avrebbe detto Julien Benda. Certamente, l’avvenire non è nelle nostre mani.

Ma bisogna far capire agli uomini che in nessun caso devono disprezzare la condizione e il loro ruolo di cittadini, e che sono loro a decidere il futuro. Funzione essenziale doppia: esercitare il mestiere con rigore e accortezza, intervenire civicamente in tutta indipendenza, mai in modo settario. Dunque, il rifiuto netto di servire qualunque signore, di lasciarsi trascinare dall’attrattiva degli interessi, di partecipare alla propaganda di una qualunque ideologia. Dobbiamo stabilire un’etica di valorizzazione umana, in maniera che questa civiltà tecnologica divenga una civiltà della dignità e dello spirito scientifico e creatore in campo artistico. Dobbiamo difendere le eredità culturali su cui poggia la nostra identità in evoluzione, e prima di tutto le nostre lingue così ricche. Non è più possibile accettare che il predominio della civiltà dei consumi favorisca il risorgere della mentalità magica, l’onda di irrazionalità, il culto dell’assurdo. E’ imperativo inserire la tecnologia nella scienza, e promuovere soprattutto lo spirito scientifico. Si tratta dell’uomo, degli uomini, ci ricorderebbe Jean Bernard. Che entrino in scena dunque lo storico e la storia, anzi l’insieme delle scienze umane, coni sociologi e gli antropologi, i dietrologi e i politologi, i geografi umani, gli psicologi, i filosofi. Oggi, tutte queste scienze e riflessioni sono schiacciate dalle discipline dette pragmatiche; il loro utilizzo si riduce ad un complemento di certe tecniche come i sondaggi, le proiezioni elettorali, il marketing. I politici le ignorano sistematicamente. Questa situazione va urgentemente e imperativamente capovolta.

Esaminare le questioni di fondo del nostro tempo, definire chiaramente le variabili del gioco, trovare delle risposte suffragate dalla ricerca di base: è la sola via che ci aprirà un futuro secondo le nostre aspirazioni. A condizione di ripercorrere le grandi linee tracciate dai nostri maestri come Marc Bloch, Lucien Febvre, Braudel, Gurvitch, Shils, Eisenstadt, e di lasciare nel dimenticatoio una certa retorica, recentemente di moda. La storia è diventata il principale strumento di interpretazione di tutte le scienze umane, il modo più chiaro di esaminare tutti i problemi degli uomini e dell’uomo: è il loro terreno comune, costruito grazie alla tessitura spazi-tempi a geometrie variabili. Se tutte le scienze umane si sono storicizzate, la storia ha riordinato tutta la sua problematica e i suoi punti di vista lasciandosi penetrare dalla sociologia, l’economia, l’etnologia, la psicologia, la geografia umana. Questa trasformazione le ha permesso di impegnarsi efficacemente nella comprensione globale e nell’integrazione delle differenti pieghe dei problemi umani. In quanto questi non possono essere esaminati se non nello spessore temporale e nello spiegamento spaziale; tutte le fonti devono essere esaminate – documenti scritti, monumenti e oggetti archeologici, i siti e i paesaggi. Il pensiero essenzialmente relazionale della storia mostra gli avvenimenti e i fatti ripetitivi, nella dialettica del reversibile e dell’irreversibile, in maniera da tessere la connessione tra struttura e processo. Un via-vai permanente tra passato, presente e avvenire, o, se preferite, tra eredità, esperienza vissuta e progetto. Senza essere tentati di applicare ovunque lo stesso modello esemplificativo, le teorie devono nascere in maniera adeguata ad ogni struttura, essendo l’anacronismo il grande tradimento del pensiero storico. Ma il metodo comparativo e relazionale mette a confronto tutta la diversità umana e costringe a farsi strada nel lungo periodo.

Come affermare l’Europa, che cerchiamo di costruire, senza tenere i fili di questa Europa del XV e XVI secolo che le Grandi Scoperte hanno eretto sulle macerie della Cristianità? Facendomi l’onore di attribuirmi il Premio Balzan avete voluto in fin dei conti evidenziare il contributo del pensiero storico, universalizzante e innovatore, forgiante le scienze umane e forgiato da esse, ricercato dall’umanità. La nostra prima testimonianza di riconoscimento concerne la Francia, poiché è là che abbiamo trovato le condizioni di ricerca e di una carriera adatte alle nostre ambizioni intellettuali. Ma come nascondere in questo momento l’emozione profonda di vedere riconosciuto che è valsa la pena condurre per anni e anni una battaglia ininterrotta contro il tradimento dei dotti e a favore di queste scienze umane, il cui studio costituisce il nostro lavoro? Al tramonto di un’esistenza spesso sregolata, ma che ha potuto evitare sia la trappola delle illusioni sia il freno delle rinunzie, il riconoscimento che avete avuto la benevolenza di assegnarci è per noi la più grande sorpresa. Il modo migliore per ringraziarvi è essere fedele al vostro messaggio e proseguire la nostra lotta. Poiché si tratta dell’uomo.

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