Discorso di ringraziamento – Berna, 24.11.1995

Francia

Yves Bonnefoy

Premio Balzan 1995 per la storia e la critica delle belle arti

I suoi lavori di critico e di storico, inseparabili da una rilevante opera poetica, hanno contribuito in modo eccezionale alla comprensione dell’attuale situazione dell’arte. Nello studio comparato della funzione poetica, le sue interpretazioni hanno profondamente innovato i nostri motivi di attaccamento alle grandi opere del passato.

Signor Presidente
e Signori Membri dei Consigli e del Comitato della Fondazione Internazionale Balzan,
Signore e Signori,

Mi avete fatto un grande onore, un grandissimo onore attribuendomi per i miei lavori di storia e critica uno di quei Premi Balzan ai quali avete saputo conferire tanto prestigio. E le mie prime parole, dinanzi a voi, possono essere solo per dirvi la mia gioia e la mia fierezza nel ricevere questo riconoscimento, che mi viene per di più da persone a cui mi sento vicino nel pensiero e nella sensibilità di umanisti: nel cui valore proprio so appunto che non cesserò di credere, malgrado i dinieghi opposti dal nostro secolo alle forme ingenue o frettolose della speranza che li sorregge.

Ed è in ogni caso sotto il segno di questo interesse fondamentale per gli atti e i valori che possono dare senso alla vita umana, che penso di poter situare le ricerche alle quali avete avuto la generosità di accordare la vostra fiducia. Perché al di là degli oggetti particolari che si propongono – tale pittore del Quattrocento, tale scultore del ventesimo secolo -, il loro scopo è ritrovare, e sorreggere con grandi esempi, quel desiderio, quel progetto che suscita in noi il fatto stesso che siamo degli esseri parlanti, capaci di interrogare, di volere: far sì che ciò che è non ci schiacci con la sua opacità, la sua notte; fare che l’albero o la nuvola o anche la pietra nuda possano proprio al contrario essere ai nostri occhi presenze che sapremo arricchire di un significato accessibile: in una sola parola, abitare poeticamente la terra, come venne detto una volta.
E’ di poesia che si tratta nei miei interessi storici e critici. Innanzitutto, per capirla meglio, ritrovando sotto l’astrazione dell’approccio concettuale del mondo la via dell‘immediato, e dell’Uno; ma anche per riconoscere subito quell’intenzione poetica in opere che l’hanno sorretta attraverso i secoli: perché l’incontro con ricerche di altre epoche permette, col manifestarsi di ciò che è costante nel gioco delle differenze, di affrontare in un modo utilmente empirico un problema che le nostre intuizioni di oggi potrebbero benissimo ostacolare.
Ma poesia non è soltanto affar di parole; o meglio, per l’onnipresenza del linguaggio nei nostri atti e fino in fondo al nostro sguardo, anche nelle arti plastiche si è tentato di trasgredirne l’astrazione, ed è addirittura lì che si scoprono meglio i mezzi che permettono di orientarsi verso la pienezza. E il mio progetto critico è stato, fin dal primo giorno, di rintracciare alcune forme del poetico nella storia della pittura o della scultura, interessandomi ai periodi in cui il lavoro degli artisti è stato turbato, ma altrettanto stimolato, nel corso delle crisi vissute dall’Occidente nel rapporto tra la coscienza e il mondo. Da qui un lavoro che per me non ha smesso di essere sempre più essenziale: cercare di capire, proprio dall’interno dell’ambizione poetica, in che modo un artista del Rinascimento, come Piero della Francesca o Bellini, abbia potuto preservare un’esperienza dell’Unità mentre andava scoprendo i poteri analitici, potenzialmente esteriorizzanti, della prospettiva geometrica. Seguire le premonizioni o la ripercussione delle rivelazioni di Galileo in quello straordinario momento che dal 1580 al 1650, da Shakespeare o Caravaggio fino a Poussin vide la nascita dei tempi moderni. Riconoscere e amare il modo in cui i paesaggisti romantici seppero attingere nell‘evidenza degli orizzonti naturali quanto nutrì, per qualche generazione ancora il bisogno di una trascendenza; o, infine, apprezzare in un Morandi, un Giacometti, lo sforzo che quei solitari fecero per rimanere in presenza, sia dell’Universo sia degli altri, in un mondo dove il fatto stesso della persona è a rischio di dissolversi, per l’autonomia crescente di numerosi sistemi di segni.

E quello che devo aggiungere, in quanto essenziale nella mia testimonianza, poiché sono giunto a questa ricerca partendo dall’idea della poesia, e anche dalla sua pratica, è che ogni volta che ho riflettuto, da critico se questa è la parola, su alcune opere, è perché me lo ha permesso il lavoro degli storici, la cui ostinazione a mettere in discussione presunte certezze libera quelle categorie di pensiero, quelle forme dell’immaginazione alle quali gli artisti di ogni epoca devono piegarsi per arrivare all’universale. Lo storico ci mette in presenza. In questo è fratello del poeta. Ed è quindi giusto che chi si dedica alla poesia si presti alle esigenze dello storico, cercando perfino, in alcuni casi, di precisarne l’apporto, o di incitarlo a prendere certe vie.

Vi ringrazio di aver trovato un interesse nei miei scritti che hanno voluto, alla fin fine, stabilire una forma nuova di relazione, più intima, fra una critica animata dal pensiero della poesia, e la storia. E sappiate davvero che mi sento molto incoraggiato a continuare a pensare a coloro che mi appaiono, come avrebbe detto Baudelaire, come dei “fari”.

Adesso, in primo luogo, a Poussin o a quei pittori romantici della campagna romana o della montagna, ognuno dei quali fu già un esempio di quello che ci riunisce oggi, la solidarietà spontanea di grandi culture europee nella ricerca del senso che garantirà la sopravvivenza dell’umanità – dobbiamo saperlo – minacciata.

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