Joan Martínez Alier

Spagna

Premio Balzan 2020 per sfide ambientali: risposte dalle scienze sociali e umane

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Signor Presidente,
Presidente e membri della Fondazione Balzan,
Cari colleghi e amici,

negli ultimi 120 anni la popolazione umana è cresciuta di cinque volte mentre gli input annuali elaborati nell’economia globale (biomasse, combustibili fossili, materiali da costruzione, metalli) sono cresciuti da 7,5 a 95 gigatonnellate (Haas et al., 2020). L’economia non è più circolare, sta diventando sempre più entropica: l’energia non viene riciclata mentre i materiali solo in piccola parte. Anche nei casi in cui l’economia industriale decresce, questa dovrebbe comunque acquisire nuove forniture di energia e materiali dalle frontiere di estrazione, producendo quindi più rifiuti (come quantità eccessive di gas serra ad esempio). Sorgono pertanto, di continuo, nuovi conflitti ambientali. Dal 2012 li registriamo e li descriviamo nell’Atlante dei conflitti ambientali (www.ejatlas.org). Gli attivisti ambientali hanno già mappato tali conflitti nel mondo, anche in Italia (http://cdca.it/atlante-italiano-dei-conflitti). L’EJAtlas è uno sforzo collettivo aiutato mediante sovvenzioni europee: con Susan Trumbore e Jean-Marie Tarascon, siamo tre dei destinatari delle sovvenzioni dell’ERC, ma non tutti i destinatari di un Advanced Grants dell’European Research Council ricevono un premio Balzan. Di questo vi sono davvero molto grato.

Il Premio Balzan è stato assegnato a famosi storici economico-sociali come Ernest Labrousse, Carlo Ginzburg, Carlo Cipolla, Eric Hobsbawm, e a colleghi più giovani tra i quali Manuel Castells e Bina Agarwal. Sono particolarmente onorato di essere confortato dalla loro buona compagnia. Dopo aver studiato economia ed economia agricola a Barcellona, mi sono formato come ricercatore per un decennio al St Antony’s College di Oxford, una roccaforte della storia contemporanea. Ho scritto libri sui conflitti agrari in Andalusia, Cuba e nell’altopiano del Perù. Tornato a Barcellona nel 1975, la mia cattedra era in Storia economica e istituzioni. All’inizio degli anni ‘70, influenzato dall’antropologia economica (specialmente dal libro Maiali per gli antenati. Il rituale nell’ecologia di un popolo della Nuova Guinea di Roy Rappaport), mi resi conto che l’agricoltura era un sistema di trasformazione energetica, e con José Manuel Naredo abbiamo scritto articoli sulla storia dell’energetica agricola (spiegando cosa Engels e Vernadsky pensassero sul rapporto di Podolinsky del 1880). Intendevamo l’economia come un flusso metabolico di energia e materiali. Influenzato da La legge dell’entropia e il processo economico (1971) di Nicholas Georgescu-Roegen, ho scritto un libro di storia economico-ecologica nel 1987, tradotto poi da Garzanti nel 1991 e intitolato Economia ecologica. Energia, ambiente, società. Assieme a Herman Daly, Bob Costanza, Ann-Mari Jansson e altri nel 1990 abbiamo fondato la International Society for Ecological Economics. Avevamo una doppia origine: gli ecologisti umani interessati all’energetica come per esemepio H. T. Odum nel 1971 sosteneva che l’agricoltura moderna era “coltivare col petrolio”; e gli economisti dissidenti: Georgescu-Roegen, Kenneth Boulding, K. W. Kapp. E prima di loro vi furono, cento anni fa, Frederic Soddy, Patrick Geddes e Otto Neurath, il filosofo analitico di Vienna che tra gli anni ‘20 e ‘30, nel “dibattito socialista sul calcolo”, aveva enfatizzato l’incommensurabilità dei valori.

L’economia ecologica e l’ecologia industriale condividono la visione socio-metabolica dell’economia. Quest’ultima è stata trattata in Italia da Giorgio Nebbia (1926-2019), professore di merceologia. In lingua tedesca tale scienza delle materie prime era chiamata Warenkunde. Di seguito alcune delle merci esportate dalle frontiere di estrazione in un contesto commerciale ecologicamente ineguale: ferro, bauxite, soia, olio di palma, rame, petrolio, gas, carbone, oro, argento, platino, i nuovi metalli per l’energia solare (litio e cobalto), nichel, ilmenite, rutilo, zircone, il cotone e lo zucchero dell’America coloniale, il guano del Perù nel periodo 1840-1880, l’argento di Potosí e Zacatecas o il pepe riportato da Vasco de Gama da Malabar. Kolonialwaren (merci coloniali), se preferite. Arrivavano e arrivano in grandi quantità, prodotte dalla fotosintesi corrente o “imbottigliata” e dal ciclo del carbonio, oppure da altri cicli biochimici o da processi chimico-geologici. Erano e tuttora sono estratti (e non prodotti) dal lavoro umano (asservito, forzato o “libero”).

L’attenzione all’energia e ai flussi di materiale e la mia formazione sui conflitti agrari (come autore ricorrente nel Journal of Peasant Studies fin dagli anni ‘70), mi hanno portato a studiare i conflitti ambientali in America Latina e in India. Assieme a Ramachandra Guha ho pubblicato nel 1997 Varieties of Environmentalism e nel 2002 The Environmentalism of the Poor: A Study of Ecological Conflicts and Valuation, un lavoro che collega l’economia ecologica all’ecologia politica (lo storico Marco Armiero ha curato la versione italiana, intitolata Ecologia dei poveri. La lotta per la giustizia ambientale, Jaca Books,Milano). Tutto questo ha avuto origine dall’amicizia dopo il 1994 con Acción Ecológica e Oilwatch in Ecuador e in Nigeria, che avevano come slogan “lascia il petrolio al suolo” per prevenire danni locali e il cambiamento climatico. Come di solito fanno le industrie estrattive, Texaco-Chevron e Shell si sono lasciate alle spalle responsabilità socio-ambientali in entrambi i Paesi. Questo è ciò che definiamo “irresponsabilità sociale d’impresa”.

I conflitti ambientali portano in primo piano valori ecologici, valori di sussistenza, valori economici, sacralità e diritti territoriali degli indigeni. Tutti questi valori non sono commisurati, non possono essere classificati uno prima dell’altro. Gli economisti ecologici usano valutazioni multicriteri; ma anche in tal caso: chi ha il potere di escludere alcuni criteri, di scegliere quali attori devono partecipare, di stabilire gli orizzonti temporali? In poche parole: chi ha il potere di semplificare la complessità e (cercare di) fuggire l’incertezza? La scienza politica studia il potere e questo è il motivo per cui l’ecologia politica – che studia tali “conflitti di distribuzione ecologica” – è ecologia “politica”. L’Atlante della Giustizia Ambientale è quindi lo strumento per un’ecologia politica statistica e comparativa (Scheidel et al., 2020). Su questo tema spero di terminare il libro: Land, Water, Air and Freedom – World Movements for Environmental Justice (Terra, acqua, aria e libertà - movimenti mondiali per la giustizia ambientale) che ricorderà molte vittime ambientali, ma registrerà pure i molti successi che contribuiscono alla sostenibilità ambientale. Il premio Balzan sarà “riciclato” per questo scopo.